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Nicola Gardini, “Daddy”. Geografie del desiderio nell’era dell’algoritmo

di Fabio Galli
Nicola Gardini
con “Daddy” compie un gesto narrativo che è insieme confessione, anatomia e sfida culturale. Non sceglie un tema rassicurante, non si rifugia nei territori protetti dell’erudizione classica che pure gli appartengono; entra invece in uno spazio bruciante, contemporaneo fino al disagio: quello di Grindr. E lo fa senza ironie di copertura, senza lo schermo della distanza morale.
“Daddy” non è semplicemente un romanzo ambientato su un’app di incontri. È un romanzo sulla trasformazione del desiderio nell’epoca della geolocalizzazione, sulla mercificazione affettiva che non ha più bisogno di intermediari, sulla solitudine che si maschera da iper-connessione. Grindr non è uno scenario: è un dispositivo drammaturgico, una macchina che produce relazioni istantanee e insieme le consuma. È un acquario illuminato al neon dove i corpi fluttuano in una prossimità millimetrica, pronti a toccarsi e a cancellarsi nel giro di pochi secondi.

Il titolo è un detonatore. “Daddy” non indica soltanto una preferenza erotica, ma un archetipo: autorità, protezione, maturità, potere, esperienza. È un ruolo che promette sicurezza e insieme rivela fragilità. Gardini lavora su questa ambivalenza con finezza quasi crudele. Il protagonista si muove tra messaggi rapidi, fotografie selezionate, appuntamenti organizzati con l’efficienza di una consegna a domicilio. Ma sotto la superficie dell’efficienza pulsa una domanda più antica: essere desiderati equivale a essere amati? Essere cercati significa essere visti?
La scrittura è asciutta, tagliente, controllata. Non c’è pornografia compiaciuta, non c’è estetizzazione del sesso. C’è piuttosto un’analisi minuziosa del linguaggio ridotto all’essenziale: poche parole, sigle, etichette. Altezza, peso, età, ruolo. In questo lessico schematico si riflette una riduzione dell’umano a parametro. E tuttavia proprio in quella grammatica povera si aprono fenditure emotive. L’incontro fisico, quando avviene, non è mai soltanto fisico: è un tentativo di colmare una distanza che la tecnologia promette di abolire ma in realtà amplifica.
Il romanzo diventa così un’indagine sul tempo. Sull’età che avanza in una comunità ossessionata dalla giovinezza. Sul corpo che cambia mentre l’algoritmo privilegia l’istantaneità. Il “daddy” è figura di potere, certo, ma anche di scarto potenziale. È desiderato e al tempo stesso esposto alla sostituibilità. In questo equilibrio instabile si gioca la tensione più forte del libro: la paura dell’invisibilità.

Gardini, intellettuale profondamente legato alla tradizione classica, porta nel presente una consapevolezza quasi tragica. Il desiderio non è mai innocente, non è mai neutro. È attraversato da rapporti di forza, da dinamiche di dominio, da aspettative sociali. Su Grindr questi meccanismi non sono nascosti: sono dichiarati, esplicitati, spesso brutalmente. L’app diventa un teatro dove ciascuno recita una parte, ma la parte finisce per aderire alla pelle. Il ruolo erotico si sovrappone all’identità.

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C’è anche un elemento autobiografico che vibra sotto la narrazione. Non in senso confessionale, ma come rischio espositivo. L’autore non osserva dall’esterno con superiorità sociologica. Si colloca dentro la materia, accetta di sporcarsi con la propria vulnerabilità. Questo rende “Daddy” meno un romanzo d’ambiente e più un romanzo esistenziale. Il sesso non è l’argomento centrale: è il mezzo attraverso cui emergono solitudine, ansia di riconoscimento, bisogno di potere e di abbandono.
La struttura stessa del libro sembra riflettere la frammentazione dell’esperienza digitale. Scene brevi, dialoghi rapidi, incontri che iniziano e finiscono con una velocità quasi vertiginosa. Ma sotto questa superficie accelerata si sedimenta un senso di malinconia. La ripetizione degli incontri non genera accumulo, bensì dispersione. Ogni esperienza è intensa e al tempo stesso intercambiabile.

Il romanzo, allora, diventa anche una riflessione politica — non nel senso ideologico, ma nel senso più profondo del termine: come organizziamo i nostri corpi nello spazio comune? Quali gerarchie produciamo? Quali esclusioni? L’app promette uguaglianza: tutti sono potenzialmente accessibili. Ma in realtà amplifica le classificazioni, rafforza le categorie, rende visibili preferenze che diventano confini.
Eppure non c’è moralismo. Gardini non demonizza Grindr, non lo celebra. Lo attraversa. Ne mostra la potenza liberatoria — la possibilità di incontri immediati, di desideri finalmente dichiarati — e insieme la sua dimensione spietata. La libertà erotica si intreccia con la logica del consumo. La disponibilità permanente può trasformarsi in solitudine permanente.
“Daddy” parla di sesso, sì, ma parla soprattutto di sguardo. Chi guarda chi? Per quanto tempo? Con quale intenzione? In un ambiente dove l’immagine è tutto, la durata dello sguardo diventa misura del valore. Trenta secondi, uno swipe, un blocco. La precarietà dello sguardo genera precarietà dell’identità.

In questo senso il romanzo tocca una questione universale. Non riguarda soltanto il mondo gay urbano. È un laboratorio estremo di ciò che accade ovunque: la trasformazione dell’intimità in dato, del desiderio in flusso continuo, della relazione in opzione sempre rinnovabile. Grindr è il prisma attraverso cui si riflette una condizione più ampia: l’essere contemporanei.
Alla fine resta una domanda sospesa, quasi dolorosa nella sua semplicità: quando il desiderio è sempre disponibile, cosa resta del mistero? E quando tutto è visibile, cosa significa davvero essere riconosciuti?

“Daddy” non offre risposte consolatorie. Espone. E nell’esposizione c’è la sua forza più inquietante: quella di costringerci a guardare non solo un’app, ma il nostro stesso modo di desiderare.

 


(21 febbraio 2026)

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