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Amare come potere. Lovett/Codagnone e la militanza del desiderio


di Fabio Galli
Fabio Galli

C’è un equivoco che continua a circolare, morbido e rassicurante, quando si parla di John Lovett / Alessandro Codagnone: quello di ridurli a un duo che ha lavorato sull’immaginario sadomaso, sull’estetica del dominio, sulla trasgressione erotica come cifra identitaria. È un equivoco comodo. Perché confinare la loro opera nella nicchia del “BDSM nell’arte contemporanea” significa neutralizzarne la portata politica, trasformarla in genere, in stile, in tendenza. E invece Lovett/Codagnone non sono mai stati una tendenza: sono stati una frattura.
Fin dalla metà degli anni Novanta, quando il duo si forma tra New York e l’Italia, la loro ricerca si inscrive in un contesto storico preciso: la fine delle grandi narrazioni ideologiche, il trionfo del neoliberismo, l’assorbimento della cultura queer dentro i meccanismi della visibilità spettacolare. È il momento in cui l’identità diventa brand, in cui la differenza si converte in valore aggiunto, in cui l’opposizione viene lentamente integrata nel mercato. In questo scenario, Lovett/Codagnone compiono una scelta radicale: non rappresentare il desiderio, ma metterlo in tensione; non raccontare il potere, ma incarnarlo.

Il loro lavoro attraversa performance, fotografia, video, installazione. Ma sarebbe riduttivo leggerlo per medium. Ciò che conta è il dispositivo relazionale che attivano. Ogni opera è una scena. Ogni scena è un contratto. Ogni contratto implica una gerarchia, una negoziazione, una promessa e una minaccia. L’amore, in questo senso, non è mai un sentimento privato: è una struttura politica.

L’insistenza sui rapporti di dominio e sottomissione non va interpretata come provocazione estetica. È, piuttosto, un’operazione analitica. Nel contesto sadomaso – che il duo conosce e attraversa dall’interno – il potere è dichiarato, ritualizzato, codificato. Non si maschera da spontaneità, non si traveste da naturalezza. È un potere che si espone. Ed è proprio questa esposizione che consente a Lovett/Codagnone di trasformarlo in lente critica: se il dominio può essere messo in scena, allora può essere osservato; se può essere osservato, può essere smontato.

Le fruste, gli specchi, i megafoni che ricorrono nelle loro opere non sono semplici oggetti-feticcio. Sono strumenti semiotici. La frusta non è solo simbolo di punizione: è prolungamento del linguaggio, linea che incide lo spazio, gesto che scrive sul corpo. Lo specchio non rimanda a un narcisismo compiaciuto, ma alla duplicazione del soggetto, alla sua scissione tra chi guarda e chi è guardato. Il megafono amplifica la voce, ma al tempo stesso la rende slogan, la trasforma in comando. In questo teatro degli oggetti, nulla è innocente.
La forza del duo risiede nella capacità di tenere insieme eros e ideologia senza mai scioglierli l’uno nell’altra. L’erotico non è metafora della politica; la politica non è allegoria dell’erotico. Sono la stessa materia che vibra su frequenze diverse. Quando una frase come “I Only Want You To Love Me” compare in un loro lavoro, essa si carica di ambiguità: può essere dichiarazione d’amore, supplica disperata, ricatto emotivo, slogan totalitario. È una frase che seduce e minaccia nello stesso tempo. E questo doppio registro è la cifra dell’intera loro ricerca.

Nel 2025 il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea ha ospitato la prima grande antologica dedicata al duo, proprio con il titolo “I Only Want You To Love Me”, in memoria di Codagnone. L’evento ha segnato un momento cruciale: l’ingresso definitivo di Lovett/Codagnone nella storia istituzionale dell’arte contemporanea italiana. Ma ogni istituzionalizzazione è un atto ambiguo. Cosa accade quando un lavoro che ha messo in crisi le strutture del potere viene accolto dentro un’istituzione pubblica? Si tratta di un riconoscimento o di una neutralizzazione?

La storia dell’arte recente è piena di esempi di pratiche radicali assorbite dal sistema che criticavano. Tuttavia, nel caso di Lovett/Codagnone, l’assorbimento non cancella la tensione originaria. Al contrario, la amplifica. Vedere quelle opere in uno spazio museale significa confrontarsi con la capacità dell’istituzione di esporre il proprio stesso meccanismo di controllo. La mostra al PAC non è stata una semplice celebrazione: è stata un campo di forze, in cui il lutto per la scomparsa di Codagnone si intrecciava con la persistenza del lavoro, con la sua attualità bruciante.

Il fatto che il duo abbia esposto in contesti come il New Museum e il MoMA PS1 testimonia una traiettoria internazionale coerente, ma non addomesticata. La loro presenza in tali istituzioni non ha mai comportato un ammorbidimento del linguaggio. Al contrario, ha reso evidente come le dinamiche di potere analizzate nelle relazioni intime siano le stesse che strutturano il sistema dell’arte globale: chi decide cosa è visibile? Chi legittima? Chi assegna valore?

Un altro elemento fondamentale della loro ricerca è il rapporto con la cultura pop. Lovett/Codagnone non si pongono in opposizione elitista rispetto all’immaginario mediatico; lo attraversano, lo citano, lo contaminano. Ma ogni citazione è un’operazione critica. La cultura pop è il luogo in cui il desiderio viene prodotto e standardizzato. Intervenire su di essa significa intervenire sulla fabbrica dell’identità contemporanea.
Il duo anticipa molte delle questioni che oggi animano il dibattito sull’identità di genere, sulla performatività, sulla costruzione sociale del sé. Tuttavia, la loro posizione non è mai puramente celebrativa. Non c’è esaltazione ingenua della fluidità o dell’autodeterminazione. C’è, piuttosto, la consapevolezza che ogni identità è anche una gabbia, ogni dichiarazione di libertà può trasformarsi in nuova norma. La visibilità, tanto rivendicata nei movimenti queer, appare nelle loro opere come un’arma a doppio taglio: ciò che è visibile è anche controllabile.
La militanza di Lovett/Codagnone non si manifesta attraverso slogan ideologici espliciti, ma attraverso la costruzione di situazioni destabilizzanti. Lo spettatore non è mai neutrale. È coinvolto, implicato, talvolta messo a disagio. Guardare una loro opera significa interrogarsi sulla propria posizione: sto assistendo a una scena di dominio o ne sono parte? Il mio sguardo è complice? La mia curiosità è una forma di voyeurismo?

In un’epoca in cui la correttezza politica tende a levigare ogni asperità, il lavoro del duo resta disturbante. Non offre consolazione. Non propone modelli positivi. Non suggerisce vie d’uscita semplici. Espone il conflitto come condizione permanente. E in questo risiede la sua radicalità.
Dopo la morte di Codagnone, la dimensione amorosa del loro lavoro assume una risonanza ulteriore. La coppia artistica era anche una coppia affettiva. Amore e produzione erano intrecciati in modo inestricabile. La perdita introduce una frattura irreversibile, ma non annulla il dispositivo creato insieme. Al contrario, lo rende più evidente: l’opera è testimonianza di una relazione reale, attraversata da tensioni, desideri, negoziazioni. Non si tratta di una messa in scena astratta del potere, ma di una pratica vissuta.

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Oggi, rileggere Lovett/Codagnone significa interrogarsi sulla nostra capacità di sostenere il conflitto senza anestetizzarlo. Significa chiedersi se siamo ancora disposti a riconoscere che l’amore può essere un luogo di lotta, che il desiderio è intrinsecamente politico, che il potere non è un incidente ma una struttura.

La loro opera non chiede di essere amata. Chiede di essere affrontata. E forse è proprio questo il senso ultimo di quella frase, tanto semplice quanto ambigua: “I Only Want You To Love Me”. Non una supplica, ma una sfida. Perché amare, qui, non significa approvare. Significa esporsi. Significa accettare di entrare in un campo di forze dove nessuno è innocente.

Lovett/Codagnone hanno costruito un linguaggio che non concede tregua. Hanno mostrato che la linea che separa il consenso dalla coercizione è sottile, che la libertà può coincidere con la scelta di sottomettersi, che il potere non è sempre imposto dall’alto ma spesso desiderato. In un tempo che preferisce narrazioni semplificate, la loro complessità resta un atto di resistenza.
E questa, oggi, è forse la forma più alta di militanza.
(28 marzo 2026)

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