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Intervista al produttore e regista del film “Un’insolita Vendemmia”, Daniele Carnacina

Daniele Carnacina 00di Maximiliano Calvo

Quando l’ufficio stampa del film “Un’insolita Vendemmia” ci inviò le informazioni sul film, appena uscito e che pubblicammo con piacere, decidemmo di non perdere l’occasione di poter intervistarne il regista e produttore, che è anche l’artefice del successo di una delle soap più amate d’Italia, “Centovetrine”.

Non per amore verso il prodotto, le soap non ci piacciono granché, ma perché per mantenere ad altissimo livello una soap-opera per più di dieci anni ci vuole preparazione, testardaggine, amore per il proprio lavoro, ma soprattutto ci vogliono grandi capacità. E ci piace la gente con capacità.

Poi, Daniele Carnacina aveva appena sfornato un film sull’omogenitorialità, autoprodotto, senza tutte le pompose dichiarazioni che chiunque altro avrebbe fatto per magnificare la sua compassione, il suo coraggio, la sua empatia ed il suo guardate como sono bravo facciounfilmsuigenitorigaysenzachiamarligenitorigay.

Daniele Carnacina 01

Come si evince dall’intervista che segue l’atteggiamento di Daniele Carnacina è del tutto differente. E in un paese dove chiunque magnifica se stesso per qualunque ragione, capirete che è un punto a favore.

L’intervista:

 

In un momento complicato, culturalmente e politicamente, lei sceglie un tema di rottura come l’omogenitorialità per il suo nuovo film… Difficoltà?

Guardi, non molte perché avendo prodotto il film, insieme ad alcuni attori e a un paio di amici, e poi anche distribuito, non ho avuto pressioni di alcun genere. È proprio per questo che ho deciso per l’auto produzione. Le difficoltà ci sono state, questo sì, ma le normali difficoltà che incontra un film autoprodotto.

Ci racconta la genesi del film?

Parte dal desiderio di raccontare una storia ben precisa, con un gruppo di attori altrettanto definito. Volevo raccontare un forte tema sociale, con risvolti drammatici, ma senza la pesantezza comune a molti film ‘impegnati’. Una chiave di racconto più francese, o anglosassone. E c’era anche la voglia di ‘fare’, di cavalcare una possibile crisi di Centovetrine rilanciando, anziché abbattersi.

La scelta di ambientare la storia dentro un gruppo di attori che interpretano una soap nasce dalla sua esperienza personale o è un escamotage narrativo?

Esperienza personale. Da molti anni lavoro con gli attori, è probabilmente l’aspetto del mio lavoro che mi piace di più. E da tanti anni mi occupo soprattutto di soap operas. Prima Un Posto al Sole, poi Vivere, e da tredici anni Centovetrine. Sono quindi a contatto quotidiano con le dinamiche che si creano in un gruppo di persone sensibili, fragili, curiose, spesso vanitose e insopportabili, ma intelligenti e irrisolte come sono perlopiù gli attori. Mi è venuto naturale attingere a quelle psicologie che conosco bene, ma attenzione, racconto un gruppo di persone, non di attori, nel senso che fanno sì gli attori (sia nel film che nella vita reale), ma dopo un po’ la loro professione passa in secondo piano, sono semplicemente uomini e donne messi di fronte a una serie di avvenimenti che li scuotono, e ai quali reagiscono ognuno con il proprio modo di vedere il mondo e con i propri stati d’animo.

Personalmente, come vede l’omogenitorialità?Un insolita vendemmia 00

Mi permetta di non dare una risposta diretta a questa domanda. È uno dei temi che tratta il film, e mi piacerebbe che arrivasse una risposta attraverso il film.

Ci sono temi di libertà individuali che vendono definiti “temi etici”, non è un po’ pomposo tutto questo?

È una domanda molto complessa, che richiederebbe ragionamenti altrettanto complessi. Unisce ‘libertà’ e ‘individuo’, che possono diventare facilmente temi eticamente sensibili. Se per ‘libertà individuale’ intende invece  sacrosanti diritti, come per esempio le unioni civili, dico allora che ognuno li può chiamare come vuole, anche temi etici, purchè questo non diventi un paravento per discuterne in termini solo teorici. Certi diritti vanno applicati.

Per fare il suo mestiere quante regole bisogna rompere?

Tutti i mestieri si possono fare in modi molto diversi, sottostando alle convenzioni, all’andazzo, alle furberie, oppure alla propria coscienza, al proprio senso dell’onore, alla propria coerenza. Davvero tutti, mi creda. Il mio da questo punto di vista non è più impegnativo dell’insegnante, del muratore del fornaio o del chirurgo. Anzi. Diciamo che seguo il mio senso di giustizia, cercando di essere sempre molto leale con me stesso e gli altri. Apparentemente questo non dovrebbe rompere le regole – una buona regola dovrebbe sempre agevolare questo atteggiamento, no? – invece paradossalmente le convenzioni vanno in direzioni opposte. In questo senso ho rotto molte convenzioni, anche nel dire le cose che penso senza preoccuparmi se questo agevolerà o meno la mia carriera. Ecco, questa è una ‘regola’ che seguo molto volentieri.

“Da una crisi si esce tutti insieme” dice lei, ma nella vita reale dalle crisi si esce soli. O no?

Lei crede? Io penso che ci sia sempre più bisogno della vicinanza di altre persone, sia nelle crisi individuali che in quelle collettive. La crisi può essere salvifica, una resurrezione, ma solo se avviene un cambiamento, una nuova consapevolezza. Il cambiamento è sempre frutto di incontri, anche solo ideali.  La solitudine in una crisi è entropica.

Un'Insolita VendemmiaCome vede il futuro delle “regole” in Italia?

Un mondo senza regole è inimmaginabile, ma le regole non devono sostituire ‘la visione del mondo’. Oggi si ha sempre più l’impressione, invece, che le regole siano il fine, sia un modo di vivere. Regole scritte e regole di fatto, ma non per questo meno palesi. E quasi sempre regole che mortificano l’entusiasmo, la passione, la speranza. Il consumismo è un insieme fitto di regole, ma non dà l’impeto che ti porta a desiderare un mondo nuovo. Tutto questo è frustrante. Credo che l’Italia e l’Europa in generale siano molto tristi. Un popolo infelice e senza entusiasmo non può costruire con passione il proprio futuro. Il Brasile sta diventando una potenza economica? Sorridono e si divertono, e oggi questa è una ricchezza. Ridiamo entusiasmo alla gente, come si fa a non capirlo?

Problemi economici a parte, non le sembra che questa crisi rappresenti proprio una crisi profonda di una certa cultura e che l’aspetto economico non ne sia che l’effetto?

Si. E credo di avere già risposto in parte con la risposta precedente. L’unico aspetto positivo che vedo è che l’Europa, e in gran parte l’Occidente ricco, forse smetterà per un bel po’ a sentirsi “prima”, e assaporare il sapore della sconfitta può aiutare.

Soddisfatto dell’accoglienza ricevuta dal film?

In parte. Molto per ciò che concerne il parere del pubblico che è riuscito a vederlo, il film piace, è innegabile. Lo sono meno per i numeri. Sicuramente uscire la settimana in cui è esploso il primo caldo estivo (e per ora l’unico) non ha agevolato l’affluenza al cinema (si parla del 50% di presenze in meno, che diventa il 70% secondo altri dati), e questo ha penalizzato il film, che già non poteva contare su un battage pubblicitario. Ma abbiamo sbagliato qualcosa anche noi in fase di promozione; era forse inevitabile che il film fosse collegato a Centovetrine, ma noi non abbiamo saputo abbastanza distinguere le due cose; certo, non era facile: ci sono io, ci sono gli attori di Centovetrine, ma il film non c’entra niente con la soap, non ha nulla di televisivo. Invece molti hanno pensato che si trattasse di uno spin off della serie, una sorta di puntata speciale per il cinema. Alle casse dei cinema io stesso ho convinto gente a entrare spiegando che non era la versione della soap, e quando uscivano erano conquistati dalle tematiche affrontate, dalla chiave di racconto e dalla capacità degli attori.

Daniele Carnacina 02Ora confido nell’estero, dove la soap non è conosciuta e quindi non dovremo sconfiggere nessun pregiudizio; lì potrò capire il vero valore del film. Magari lo riproporrò in Italia più avanti.

E come va Centovetrine?

Centovetrine va bene. È un esperimento continuo, sia narrativo che produttivo. Mi piace cercare sempre l’evoluzione del genere. Cambiare linguaggio narrativo e grammatica visiva, senza però tradire il macrogenere “soap”. Che si può fare bene o meno bene, come tutti i generi. Noi facciamo una soap non retorica né edulcorante della vita; raccontiamo storie moderne e forse raccontiamo le contraddizioni della nostra società più di chi vorrebbe farlo per vocazione o per mestiere.

Progetti futuri, andarsene come molti dicono o stare dove si è e cambiare le cose?

Assolutamente restare, per cambiare le cose dal di dentro.

 

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