Festival Internazionale del Film di Roma: un’altra giornata meravigliosa

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Festival Cinema di Roma 2013 Logodal nostro inviato Alessandro Paesano  twitter@ale_paesano

Lärjungen (t.l il discepolo) (Finlandia, 2013) di Ulrika Bengts ultimo film in concorso nella sezione Alice nella città, film importante –  è candidato agli Oscar come miglior film straniero – racconta  una storia, temporalmente collocata tra fine 800 e inizio 900  (tra il telefono e la lampada ad acetilene  difficilmente il 1939 come riportato sul programma) ambientata in un’isola del Mar Baltico dove vive il capitano Hasselbond con moglie e prole. Sull’isola giunge Karl un tredicenne proveniente dall’orfanatrofio, proposto al capitano come aiutante. Karl riesce lentamente a entrare nelle grazie dell’uomo, despota e violento, inimicandosi il figlio Gustav col quale aveva fatto amicizia.Alessandro Paesano 00

Il film racconta una dinamica familiare terribile fatta di violenze e soprusi, tra punizioni corporali e il rigido protocollo comportamentale imposto a ogni membro della famiglia ,raccontando una storia di ieri con l’occhio di oggi.

Sulla famiglia pesa l’assenza del figlio maggiore morto, da eroe secondo la versione ufficiale, e invece  suicida per le imposizioni paterne che avevano scelto per lui una vita diversa da quella che lui voleva seguire (la marina invece della musica)  raccontando un dramma paradossalmente anacronistico visto che, almeno fino al secondo dopoguerra, difficilmente la prole poteva decidere le sorti della propria vita, proponendo delle psicologie inesistenti soprattutto quella della moglie, succube al punto tale da rimanere  in silenzio  durante le punizioni corporali del figlio (dandogli la colpa per avere provocato il padre), oppure  quando il marito-padrone le brucia il pianoforte o ancora quando comanda a Karl di gettare i cuccioli della cana dell’ultimogenita in mare, dentro un sacco con dei sassi.

La donna  si ribella solo quando teme che Karl possa fare la fine del primo figlio (confermando anche lei un disprezzo per Gustav che la accomuna al marito del quale ignoriamo le motivazioni) e agisce non   mossa da un sentimento di giustizia ma da uno di vendetta (un vero e proprio tentato omicidio).
Bei paesaggi, interpreti bellissimi e bellissime  per un film impeccabile da un punto di vista formale e visivo ma che non ci racconta davvero nulla né di allora e nemmeno di oggi.

Festival Cinema Roma 2013 - 35 Mig äger ingenMig äger ingen (t.l. Io non possiedo) (Svezia, 2013) di Kjell-Åke Andersson, altro film in competizione nella sezione Alice nella città, è un racconto solido e profondo del rapporto tra un padre e sua figlia. I genitori di Lisa divorziano quando lei ha appena 5 anni, Lisa sceglie di rimanere col padre preferendo la sua famiglia di origine a quella nuova che la madre si sta costruendo con un altro uomo. Il rapporto fra padre e figlia va al di là di quello classico codificato negli stereotipi di genere. L’uomo dice alla figlia che lui vuole essere il suo migliore amico e Lisa risponde allora anche io sono la tua migliore amica. Gli anni passano il lavoro da proletario del padre è sempre più precario. Lisa cresce, simpatizza con una parrucchiera di destra con la quale il padre cerca invano di flirtare (l’uomo è comunista e la paruchiera è destrorsa).  Poi arriva l’alcol, i rapporti con la famiglia dell’uomo, i nonni di Lisa, si deteriorano e Lisa si avvicina lentamente alla madre quando il padre comincia a farsi trovare ubriaco dentro e fuori casa…  Il film è in flashback cominciando quando Lisa è adulta e non ha invitato il padre a una festa (scopriremo per la sua laurea in medicina) perché lo ha escluso dalla sua vita. Il racconto in analessi che ci mostra una vicinanza tra padre figlia profonda e per niente stereotipata ci fa vivere con nostalgia ansia e apprensione quel rapporto che sappiamo in futuro si deteriorerà… Il film offre uno spaccato della provincia svedese tra comunisti proletari (un po’ sprovveduti visto che né padre né madre sanno spiegare in parole semplici alla piccola Lisa che cosa sia un proletario…)  e famiglie rigide e repressive (quella del padre di Lisa) ma meno maschiliste di quella nostra dell’epoca, (il film non sottolinea minimanete la madre di Lisa come snaturata erchè non l’ha portata con sela sera che ha lasciato il marito, spiegerà il perché a Lisa la sera della festa di Laurea) che mostra con efficacia le fragilità che si nascondono dietro l’aplomb svedese, un film splendidamente recitato e girato.

Un tipo di cinema che vorremmo vedere più spesso sugli schermi italiani.

Festival Cinema Roma 2013 - 37 Au BonheurAu bonheur des ogres (Francia, 2013) di Niclas Bary, fuori concorso, l’attesissimo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Daniel Pennac è un film godibile e amusent che costruisce con pochi tratti un universo narrativo originale e immediatamente riconoscibile, fantastico e iperbolico, con una fotografia da pop art e un casting azzeccatissimo (ah, Bérénice Béjo!!!). SI fa fatica però a trovare nel film lo spirito e lo stile letterario del romanzo di Pennac non solo per i dettagli della storia sensibilmente diversi ma per quell’aura di innocenza simpatica e asettica, per famiglie del film che, per esempio, esclude dalla storia i travestiti brasiliani o certi dettagli sugli uomini morti nelle esplosioni (la patta aperta della prima vittima) mentre per capire che l’antico proprietario dei grandi magazzini fosse un pedofilo bisogna saper cogliere l’attimo visto l’accenno contenuto sì e no in mezzo fotogramma…  Si fa passare Pennac come un autore per bambini quando Au bonheur des ogres  (libro) si rivolge a un pubblico di diverse età.

Se ci dimentichiamo del romanzo il film risulta brillante e godibile ma appena mettiamo nell’equazione l’incognita Pennac il film diventa un classico esempio di pessima riduzione cinematografica. In patria è stato massacrato dalla critica (Pennac si è detto né tradito né deluso) e amato dal pubblico.

Da vedere, dimenticandosi di Pennac malgré lui.

Festival Cinema Roma 2013 - 36 Om-dar-ba-darOm Dar-Ba-Dar (India, 1988) di Kamal Swaroop  è ambientato nella città di Ajmer della quale è un sentito ritratto. Il film racconta la storia di un giovane ragazzo di nome Om nel periodo della sua adolescenza, tra la scuola  e le prime disillusioni, e della sua famiglia: il padre Babuji che lascia il suo lavoro per il governo, per dedicarsi alla tanto amata astrologia, la sorella Gayatri che flirta con un giovane nullafacente. Om è incuriosito tanto dalla scienza quanto dalle pratiche magiche e dalla religione. Tra le sue tante capacità quella di trattenere a lungo il respiro…

Questa trama è racconta in maniera non lineare per assonanze visive (un montaggio tematico che accosta ed estrapola anche il linguaggio pubblicitario dell’epoca), sonore (le bellissime canzoni piene di giochi di parole in hindi e in inglese) e linguistiche (la polisemia di certe parole dall’hindi all’inglese e viceversa che diventano anche elementi visivi, così l’imperativo del verbo guardare “to watch” il cui sostantivo in inglese significa orologio   viene impiegata nei due significati e guarda viene trasformato nel gesto di porgere il polso dove è allacciato un orologio…) compilando un registro per assurdo di notevole autonomia creativa e felicità inventiva con lo scopo di fare una sottile, colta, divertita e divertente satira della cultura Hindi dalla mitologia all’arte, dalla politica alla filosofia.

Il film non fu ebbe una distribuzione commerciale in India ed ebbe successo grazie alla partecipazione a vari festival Internazionali mentre in patria veniva visto tramite copie più o meno legali in vhs prima e dvd poi. Finalmente quest’anno il National Film Development Corporation of India (NFDC) ha distribuito ufficialmente una copia del film digitalmente restaurata, che il festival del Film di Roma ha programmato nella sezione CineMaxxi, fuori concorso.

Festival Cinema Roma 2013 - 38 Parce que j etais paintreParce que j’étais peintre (Francia, 2013) di Christophe Cognet, in concorso nella sezione CineMaxxi,  ci propone un excursurs sui disegni realizzati dagli internati e internate nei campi di concentramento nazisti, intevistando i testimoni ancora in vita e raccontando le vicissitudini di queli che non ci sono più. Una indagine sulla memoria e la testimonianza perché è subito chiaro che l’oggetto di questi disegni non è l’arte ma il racconto, la denunica, la memoria, la testimonianza. Conservati in diversi musei sparsi tra Israele e i territori in cui quei campi di concetramento sorsero i disegni rappresnetano una testimonianza visiva ecezionale e sono indagati nel documentario secondo le direttici del come (dove prendevano la carta e i carbonicini per disegnare?) del chi  (Cosa sappiamo dei loro autori e autrici, alcuni e alcune solo un nome o una sigla) e del modo (chi ha fatto quei disegni li ha fatti di nascosto oppure perché ufficilamente incaricato dai nazisti di farli) con interventi lucidi delle donne e degli uomini che conservano quei disegni nei musei e che hanno un approccio molto più scientifico e razionale del regista che ogni tanto prova incomprensibilmente a delineare un discorso altro (parla di sensualità dei corpi nudi riferendosi a un disgeno, l’unico nel suo genere, che rappresneta un gruppo di internate, nude, nella camera a gas, disegnate mentre muoino, ma il suo approccio estetizzante gli viene ricacciato in gola da uno dei testimoni che legge quel disgeno con tutt’altro approccio, spiegando come, per esemepio, alcune donne siano in piedi sopra i corpi di quelle già morte per cercare l’aria perché i gas provenivano dal pavimento…).

Se si riesce a sopportare l’insistenza con cui il regista cerca diverse volte di percorrere la via estetica di questi disegni (tanto che il programma del festival non parla di documenti testimoniali ma di opere d’arte) o quando gli contrappoe sempre una testimonainza orale, come se l’icasticità dei disegni non la surclassasse completamente,  il documentario ci restituisce l’orrore di chi in quei campi ci è stato, ci ha vissuto, ci è morto o vi è sopravvissuto, da un punto di vista inedito.

Un orrore per il  quale dobbiamo continuare a  meravigliarci perché la memoria storica necessita di essere alimentata da una continua passione civile.

Anche questo documentario è stato programmato negli ultimi slot disponibili della programmazione giornaliera (22 e 22 e 30).

Lascio ogni commento alle lettrici e ai lettori.

 

 

 

 

 

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