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Le Signorinette del Tordinona in ostaggio del femminino

Signorinettedi Alessandro Paesano 

Lo spettacolo si apre con la citazione parziale degli articoli 3 e 32 della Costituzione Italiana.

Poi si passa alla lettura (ma è un espediente teatrale) di alcuni brani di una lettera di una ragazza che lavora in una casa chiusa e che denuncia le condizioni di salute (il 95 % ha la sifilide) e lo sfruttamento delle ragazze sue pari, se incinte costrette ad abortire e gettate sulla strada.

La destinataria della missiva è una senatrice della Repubblica italiana, della quale veniamo a sapere qualche dettaglio biografico, nascita, estrazione sociale, studi svolti, partecipazione alla Resistenza.

Quattro attrici in scena si passano il testimone mentre ognuna di loro, in una azione al contempo individuale e corale, racconta la storia di una donna parlamentare: Maria Federici,  Nilde Iotti, Lina Merlin e Cristina Noce.

Un racconto doloroso fatto di  torture e stupro inflitti dai nazisti, di fratelli e mariti persi, al quale segue la speranza per la novità del dopoguerra: il voto alle donne. Donne che i mariti credono di poter far votare come vogliono loro, ma il voto è segreto e le donne sanno il fatto loro. Donne  determinate, come l’indimenticabile Sora Angelina del film di Zampa del quale vediamo un brano in videoproiezione.

Dagli interventi in aula delle quattro elette, alla Costituente, o dopo, durante il primo parlamento repubblicano, che vertono sui diritti sindacali, lavorativi e salariali delle donne, si passa, senza soluzione di continuità, ai commenti dei deputati sulla presenza delle donne in parlamento (o alla Costituente) fino a quelli di colore e costume sui quotidiani dell’epoca, che discettano sulle mise delle deputate con o senza cappelli e ai consigli di Donna Letizia per diventare una buona ragazza da marito.

Questi momenti diversi dello spettacolo sono commentati da vari brani musicali da Signorina Grandi Firme di Carlo Moreno e del Trio Lescano, del 1938, a Mamma voglio anch’io la fidanzata (1942) e Ho un sassolino nella scarpa  (1943) eseguite entrambe da Natalino Otto, e da immagini di repertorio videoproiettate prima e subito dopo la guerra, compresa la scherzosa ricostruzione dei risultati del referendum tra Repubblica e Monarchia tratta dal film Una vita difficile, Italia, 1962,  di Dino Risi.

Signorinette ha il grande pregio di ricordare il contributo delle donne alla Costituzione italiana e alle leggi repubblicane, facendolo con quattro interpreti davvero brave (Federica Marchettini deve correggere solamente una dizione troppo veloce che, in qualche momento, non le fa articolare le parole con sufficiente chiarezza) capaci della forza necessaria per raccontare il privato oltre che il pubblico non solo delle quattro donne, tra le 21 elette nella Costituente, che parteciparono alla Commissione dei 75 (come venne indicata la commissione speciale dell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana) ma anche quello di almeno due generazioni di donne di quegli anni, cui danno voce e corpo, senza scadere nel retorico, tutt’altro,  o nel drammatico, per quanto molte delle testimonianze siano dolorose e terribili.

Lo spettacolo manca però di un sviluppo drammaturgico solido e coerente che declini questa intenzione programmatica con il necessario rigore, soprattutto quello storico.

Il testo (firmato dalle quattro interpreti) presenta il voto delle donne come novità assoluta per l’Italia, dimenticando di ricordare però che in Italia non si votava dal 1922.

La presenza delle donne elette è attestata senza distinguere chiaramente tra Assemblea Costituente (1946) e prima legislatura Italiana (1948) e quelle successive (la legge Merlin contro il meretricio venne presentata per la prima volta già nel 48 ma fu promulgata solamente ed 10 anni dopo).

Questa mancanza di prospettiva storica ha un riscontro anche nell’uso delle canzoni che sono spesso ancora quelle d’epoca fascista.

Lo spettacolo sembra voglia parlare di questo periodo con l’occhio della storia del costume, rievocata con un gusto per l’esotico col quale cerca di divertire il pubblico con quelli che oggi ci sembrano degli anacronismi (tutta la parte sui vestiti delle deputate) senza farne un indizio sulla continuità tra la visione della figura femminile nella società fascista e quella dei primi anni della Repubblica (dallo stato di famiglia del 42 sostituito solamente nel 1975 al delitto d’onore, cancellato nell’81) alla quale contrapporre tutte le lotte che le donne hanno fatto allora.

Lo spettacolo lascia il suo pubblico a metà del guado distratto dalle canzoni d’epoca (di quella precedente a dire il vero) con una disinvoltura che è la stessa del femminile portato in scena, ridotto al femminino maschilista e maschile (nei presupposti e nel punto di vista).

È imbarazzante che le quattro attrici recitino un terzo dello spettacolo in sottoveste incarnando una frivolezza (e un uso strumentale del copro femminile) che nello spettacolo sembra scaturire non già da uan ideologia che magari si vuole criticare, ma direttamente dal femminile tout-court come la frivolezza fosse un dato di fatto presente di per sé in ogni azione delle donne, come nella goffa pantomima sul rossetto da mettere solo dopo avere chiuso la scheda elettorale (per non sporcarla, visto che andava sigillata leccandola come per chiudere la busta di una lettera) quando uno dei personaggi femminili, suo malgrado,  sigla la scheda come fosse una lettera d’amore sporcandola con un bacio.

Questo modo di parlare delle donne è ancora squisitamente intriso di quella cultura dei lavori donneschi della cucina di mussoliniana memoria dalla quale lo spettacolo non sembra nemmeno porsi il problema se sia il caso di smarcarsi o meno.

Anche il film scelto per testimoniare la verve politica delle donne, L’onorevole Angelina (Italia, 1948) di Luigi Zampa allude a una visione maschilista della donna: Anna Magnani (nella scena finale non proiettata nello spettacolo) rinuncia a fare l’onorevole perché per fare la politica la famiglia le andava per aria.

Il riferimento alla legge Merlin, sulla quale lo spettacolo insiste tanto da tornarci nel finale rileggendo la lettera alla senatrice come nell’incipit, fatta ripetere in sovrapposizione a tutte e quattro le attrici, si veste così di una luce sinistra come se la legge contro il meretricio sia stato il contributo più cospicuo che le donne hanno dato alla ricostruzione del Paese.

Il lacerto di intervista alla senatrice Merlin  nel quale uno sciagurato giornalista le chiede cosa cambierebbe della Costituzione e lei risponde, meravigliosamente, intanto vorrei che fosse osservata arriva davvero alla fine dello spettacolo e non dà adito a nessun commento in scena.
Un commento sul nostro presente cui lo spettacolo inspiegabilmente rinuncia mancando l’occasione che, pure, era lì, di guardare ad allora per comprendere meglio l’oggi e viceversa.

Signorinette si apre come uno spettacolo di teatro civile e si riduce, nel suo farsi, a un timido e blando spettacolo di intrattenimento retrò che indugia sui commenti anni 50 di Donna Letizia o sulle mise delle parlamentari non per spirito critico, non per denunciare un maschilismo che da allora arriva purtroppo dritto sino ad oggi ma come esercizio di stile che rifà il verso a un’epoca passata senza un vero apparato storico e critico scomodando le madri della Repubblica per ricordare un completino color uovo.

Un femminino incarnato in quel rossetto, scelto come simbolo dello spettacolo (autoprodotto) e  come strumento di autofinanziamento, in vendita dopo lo spettacolo.

Uno spettacolo che necessita una bella risciacquata nell’Arno del pensiero femminile, e non femminino.

Il rossetto l’ho comprato.

 

 

Signorinette
di e con
Tiziana Avarista,
Carmen Giardina,
Annamaria Loliva,
Federica Marchettini
regia di Nuccio Siano
Teatro Tor di Nona fino al 15 dicembre

 

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