Matteo Diciannove Quattordici il bellissimo dramma di Giovanni Franci al Cometa Off di Roma: regia non all’altezza

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Matteo Diciannove Quattordici Smalldi Alessandro Paesano

Giovanni Franci costruisce i suoi drammi  intorno a un dolore, a una impossibilità della felicità nel presente che si fa tragedia prendendo forma dall’assenza del bene, strappato allo spirito in un modo che lascia nei personaggi una ferita immensa e dolorosa, che diventa per il pubblico seducente perché nel dolore lancinante del presente rimane l’eco di tutta la gioia di un passato, di un altrove, ormai irrimediabilmente perduti.

I drammi di Giovanni Franci gemmano da alcuni grumi di vita, incarnati in una prosa che ha il respiro della poesia, per la ricchezza della lingua, dove il fiato della frase è codificato anche nell’impaginazione del testo (la lunghezza variabile della frase, spesso priva di segni di interpunzione, a ogni singolo a capo) e per la felicità di una prosa che ha la necessità del verso poetico.
Una drammaturgia costruita su di una essenzialità letteraria e narrativa rare nel panorama italiano contemporaneo che si distingue semmai per la verbosità tendente all’eccesso e alla sovrabbondanza.

Franci toglie, taglia, asciuga, mantenendo solo l’indispensabile, chiedendo un’attenzione una volta più sollecita, della quale oggi il pubblico è meno capace ma che la lingua in cui è scritto sa suscitare immediatamente.

Il grumo esistenziale di Matteo Diciannove Quattordici (il cui riferimento biblico è ricordato nel sottotitolo Lasciate che i bambini vengano a me) è quello della molestia pedofila, compiuta dall’uomo di chiesa  Vincenzo ai danni di diversi bambini (si presume) sicuramente ai danni del protagonista Matteo che fa ancora le elementari…

Niente affatto interessato alla denuncia di un argomento di cronaca (anche perché nelle statistiche nazionali i casi di pedofilia commessi dai preti sono meno dell’8 % del totale dove la stragrande maggioranza dei delitti sono consumati tra le mura domestiche) Franci pone la pedofilia lontana, come uno sfondo emotivo, contro il quale fa stagliare una infanzia tutt’altro che asessuata e per questo ideologicamente pretesa innocente che si distingue invece per avere una squisita cognizione del sesso e degli affetti, spontanea e naturale, che nel dramma  collassa nella sperimentazione omofila di un collegio maschile, dove la presenza di Padre Vincenzo diventa elemento disturbante e scatenante.

La presenza del prete pedofilo serve a Franci per mostrare come la corruzione dell’adulto sui giovani non agisce su un terreno intonso ma interferisce con i primi passi di esplorazione di giovani persone riconoscendo all’infanzia una propria lingua della seduzione per la quale Matteo, a nove anni, non trova niente di male  a dare dei baci sul collo a Padre Vincenzo ma quando, qualche anno dopo, si innamora di Luca, un collegiale più grande appena arrivato, quei baci una volta innocenti gli pesano in una maniera insopportabile.
L’improvvisa ricomparsa di Padre Vincenzo nel collegio turba Matteo in una maniera che non può spiegare a Luca e la sola presenza del prete mina la relazione d’amore che i due giovanissimi avevano appena cominciato a intraprendere. Matteo si sottrae alle attenzioni di padre Vincenzo che cerca di sbarazzarsi del rivale Luca che reagisce in una maniera per la quale Luca paga ancora le conseguenze.

Nella pièce Franci dà ampio spazio al passato di  Matteo mentre di Luca ci dice solo della sua tossicodipendenza (a 14 anni!) e ci lascia intravedere un presente fatto di sofferenza e rinunce.

Matteo racconta la sua storia a un Luca all’inizio immemore, in una serie di cripto monologhi che narrativamente sono da ascrivere a Luca che, probabilmente, sta rievocando la presenza dell’amato, ricordando, da solo, i fatti accadutigli.

Almeno questo sembra suggerirci il finale che ritorna su Luca, assorto a ripetere gli stessi gesti nel vuoto, che aveva già fatto all’inizio della pièce, dei quali solo alla fine il pubblico capisce il significato.

Il finale della pièce che ritorna al presente di Luca nel quale è tampinato da una presenza femminile sgradevole e inquisitrice, ci ricorda l’interdetto da cui l’omoaffettività è ancora oggi, nel 2013, pesantemente colpita in una società repressiva e repressa come quella italiana, facendo della pedofilia la metafora di una ingerenza maschile degli adulti sull’infanzia (dell’ordine costituito contro la spontaneità del nuovo)  in un ben altro ordine di ragioni.

Gabriele Granito e Gianmarco Bellumori, i due interpreti maschili, danno il meglio che possono ai loro personaggi,  abbandonati come sono sulla scena da una regia inesistente che non si degna minimamente di guidarli e che, invece di esplorare il testo all’interno delle sue molteplici possibilità di interrogazione, lo riduce con una interpretazione troppo interpretante (sulla rete se ne trovano almeno due, solo parzialmente conciliabili), non del tutto giustificata dalla lettura del testo.

Anche così mal assistito Matteo Diciannove Quattordici arriva al pubblico in maniera così diretta da travolgerlo tanto dal dolore delle violenze inflitte a Matteo, Luca e agli altri collegiali, e non solamente dal pedofilo padre Vincenzo ma da tutto il collegio di preti, quanto dall’amore di Luca e Matteo il cui tenero bacio in scena è una delle più schiette rappresentazioni drammatiche dell’amore che, una volta – ma molte persone vorrebbero fosse così ancora oggi – non osava dire il suo nome.Matteo Diciannove Quattordici Big

 

 

 

MATTEO DICIANNOVE QUATTORDICI
Lasciate che i bambini vengano a me
 
di Giovanni Franci
regia di Marianna Galloni
con Gabriele Granito
Gianmarco Bellumori
Marianna Galloni
 
Teatro Cometa Off
Via Luca della Robbia, 47
06 57284637
fino a Domenica 15 Dicembre

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2013
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