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Pet Shop Boys, il ritorno contro l’omofobia

Pet Shop Boysdi Ghita Gradita

The Best Possible Gay, nuova release dei Pet Shop Boys, è l’ultima novità del duo più gayo di tutti i tempi, in omaggio alla drag queen Panti Bliss protagonista di uno splendido discorso contro l’omofobia in un evento tenutosi a Dublino qualche giorno fa.

Il discorso, che ha ispirato la nuova canzone dei Pet Shop Boys, ve lo proponiamo di seguito, nella traduzione che il quotidiano Queerblog.it ha offerto ai suoi lettori.

Vi è mai capitato di aspettare di attraversare a un semaforo pedonale, e vedere dei ragazzi sporgersi dai finestrini di un’auto di passaggio per urlarvi “frocio!” e tirarvi contro un cartone di latte? D’accordo, non è un gran danno: si tratta solo di un cartone di latte. E poi, in fondo, hanno anche ragione: sono un frocio a tutti gli effetti. Eppure, anche se non fa male fisicamente, ti ferisce comunque come una forma di oppressione. E fa male dopo, quando inizi a pensarci, quando ti chiedi cosa possano aver visto in te, quando finisci ossessionata dalla ricerca del particolare che può averti tradito. Ma, soprattutto, quando arrivi a odiare te stessa per esserti fatta tutte quelle inutili domande. E non puoi fare a meno di sentirti oppressa. E quando torni ad aspettare al semaforo, controlli ogni tuo gesto, sperando di evitare di ripetere la stessa di esperienza.

Panti Bliss

 

 

 

 

 

Siete mai tornati a casa una sera per accendere la televisione e trovare uno di quei dibattiti fra persone così rispettabili, per bene, intelligenti… il genere di persone che possiamo immaginare come vicini di casa assolutamente perfetti, il genere di persone che magari scrive anche sui giornali? Li vediamo partecipare ai dibattiti televisivi e starsene lì seduti a parlare di noi, a spiegare chi siamo, a stabilire se possiamo essere dei buoni genitori oppure no, se i bambini possono essere sicuri in nostra compagnia, se rappresentiamo una minaccia per la sacra istituzione del matrimonio… Magari approdano alla ragionata conclusione che Dio stesso ci considera un abominio, oppure decidono che siamo inequivocabilmente dei casi patologici. E persino quella conduttrice così carina, quella che consideri quasi un’amica per averla sempre vista sul tuo piccolo schermo domestico, non sembra affatto preoccupata dal tenore del dibattito, che infatti prosegue tranquillamente nella sua definizione di chi siamo e dei diritti che meritiamo di avere oppure no. Mentre noi percepiamo tutto questo come qualcosa di oppressivo.

E adesso, non solo io ma tutte le persone gay irlandesi, ci veniamo a trovare in questa situazione assurda in cui non solo non ci viene permesso di parlare pubblicamente di ciò che percepiamo come oppressivo, ma non si tollera neppure che lo riteniamo tale, perché le nostre opinioni, il nostro stesso pensiero a questo riguardo non viene considerato ammissibile da chi evidentemente ritiene di essere superiore a noi in ogni aspetto. In queste ultime tre settimane sono stata sotto il fuoco incrociato dei media: dalle colonne dei giornali alla televisione, ai commenti in rete… tutti che mi accusavano di fomentare odio per il semplice fatto di aver osato parlare di omofobia. Sembrano determinati a farmi entrare in testa questo concetto quasi orwelliano, questa colossale assurdità secondo cui l’omofobia non vittimizzerebbe tanto gli omosessuali quanto gli omofobi. Ma è una falsità a cui la mia parrucca di drag queen resta impermeabile, perché so che le cose stanno in maniera del tutto opposta.

 

 

 

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