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Open di Ezralow al Vascello di Roma: tutto esaurito per la danza che non diventa mai coreografia

Open Daniel Ezralow 01di Alessandro Paesano

Open è uno spettacolo che scaturisce dalla cultura americana, quella disneyana del film Fantasia, con una citazione al quale lo spettacolo si apre, in un quadro dove una performer si atteggia a direttrice d’orchestra, con tanto di bacchetta in mano, e dirige il resto del corpo di ballo, vestito con un costume bicolore, bianco e nero, che ne copre completamente anche la testa, in una coreografia alla fine della quale ognuno e ognuna assume una posa per riprodurre le lettere del titolo dello spettacolo in una sorta di “titolo di testa” dal vivo.

Questo quadro di apertura annuncia e illustra la cifra stilistica e coreografica di uno spettacolo sbilanciato verso la rappresentazione piuttosto che la danza, tramite una serie di quadri di situazione dove, cioè, quel che succede è sviluppato dalla mimica del corpo di ballo, dai costumi, dalle luci, dal contesto scenografico dalle proiezioni video che a volte si fanno scenografie (sulle pareti di quinta e di fondo palco nonché su sui due pannelli mobili che vengono impiegati per tutto lo spettacolo come sipari momentanei dietro i quali far apparire  e scomparire danzatori e danzatrici), piuttosto che dalla progressione coreutica.

La danza è un momento del quadro ed è co-funzionale alla sua realizzazione senza esserne necessariamente la ragione prima.
Così in uno dei quadri un prete (interpretato da una donna per motivi di organico, la compagnia consta di cinque donne e tre uomini) sposa una coppia di sesso diverso, che entra in una competizione sempre più fisica fino a quando il confronto diventa un vero scontro con tanto di allestimento del ring, signorina scosciata che passa annunciando il numero del round, mentre due pugilatori doppiano gli scontri della coppia in procinto di sposarsi.
Qui i movimenti coreutici si limitano agli scontri corpo a corpo tra futuri sposi e pugilatori (con tanto di mosse proibite come le ginocchiate al basso ventre) inseriti in una concertazione teatrale che comprende la mimica dei personaggi, i loro costumi, i loro movimenti ginnici e non coreutici cioè non coreografati.

Altri quadri presentano questa caratteristica, come quello, splendido, che vede il corpo di ballo  interagire, sui e dietro i due pannelli mobili, con le loro figure videoproiettatte così che un danzatore cammina verso lo schermo scomparendone dietro mentre la sua immagine proiettata appare esattamente nel punto in cui è scomparso dando un’impressione di continuità tra spazio fisico sul palco e spazio riprodotto sugli schermi.
Un’idea semplice ed elegante che per funzionare richiede una grande precisione ma non particolari doti coreutiche quanto fisico-ginniche…

Non tutti i quadri si caratterizzano in una maniera così poco coreutica. Alcuni si attestano su passi di danza, a due e di gruppo, costituendosi un omaggio alla danza classica, a quella moderna (in un quadro molto suggestivo nel quale il corpo di ballo si confronta in una serie di passi a due che ricordano il costruttivismo russo), all’hip hop in un quadro di gruppo molto energico dove danzatori e danzatrici si muovono all’unisono percuotendosi braccia e gambe scandendo il ritmo della danza in una sorta di enciclopedia della danza.
Le partiture musicali  (spesso riscritte e semplificate, proprio come fece Disney in Fantasia) pescano tra i grandi brani della musica classica, alcuni fin troppo abusati (l’adagio di Albinoni) altri conosciuti al pubblico di massa (il Ciajkovskij di Fantasia, il Prokofiev di una nota pubblicità degli anni 80) brani nei quali Ezralow non si confronta con la loro origine storica ma ne fa un uso esornativo con uno spirito più vicino allo spot televisivo che allo spettacolo di danza.

Sulla Danza delle spade di Chačaturjan splendido esempio di musica di derivazione folklorica del realismo socialista russo, Ezralow costruisce un quadro sulla vita frenetica della città (con tanto di uomini che portano una ventiquattrore) nel quale sul ritmo forsennato della musica prevale quello narrativo del quadro, più interessato a sviluppare il racconto della contrapposizione tra individui della grande metropoli che a confrontarsi davvero con la sua struttura ritmica. Open Daniel Ezralow 00
La scrittura coreutica della danza dei cavalieri dal Romeo e Giulietta di Prokofiev è invece sviluppata, in maniera molto suggestiva, su uno scontro simbolico tra guerrieri che si dipingono il corpo (veramente) con delle vernici bianche e nere, però l’estetizzazione dei corpi (magnifici) dei ballerini e delle ballerine finisce col prevalere sulla struttura dinamica della coreografia che risulta appena abbozzata.

Più che nel movimento Ezralow cerca la sua cifra stilistica nella composizione fissa, statica, nel disegno di una forma da mantenere e non modificare nel tempo, ottenendo dei risultati spesso splendidi e formalmente eleganti come nel magnifico quadro che vede danzatori e  danzatrici fissi le gambe imbrigliato in un tubo di stoffa che ricorda il tronco di un albero.
Open insomma è una perfetta macchina spettacolare che sa interessare il suo pubblico con uno spettacolo tutto incentrato sull’intrattenimento dello show-biz dove la danza non diventa davvero mai coreografia.

La sala gremita e sold out del Vascello ha tributato applausi entusiasti fin quasi al fanatismo.

 

P.S. Last but not least,  se gli addetti alla biglietteria usassero di più le buone manere e la considerazione per il pubblico il loro lavoro, ed anche il nostro, sarebbe tanto più facile…

 

 

©alessandro paesano 2014
©gaiaitalia.com 2014
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