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Rendez-vous Festival: un florilegio sempre più interessante del cinema francofono

Rendez-Vouz 2014 - 05 gris grisdi Alessandro Paesano

Dopo aver vinto a Venezia nel 2006 con Daratt (Saison sèche) e Cannes (Prix du Jury) nel 2010 con Un homme qui Crie, il regista franco-ciadiano Mahamat-Saleh Haroun ha diretto GrisGris  (Francia/Ciad, 2013) presentato ieri alla terza giornata di programmazione di Rendez-vous.
Il film racconta la storia di GrisGris un giovane ciadese con una gamba priva di muscolatura che lo costringe a una camminata claudicante e oscillante, che sfrutta questa sua menomazione per dare spettacolo nelle discoteche di un villaggio del Ciad.
Il suo corpo infatti, al di là della gamba, è muscoloso e prestante e gli permette di muoversi compiendo acrobazie coreutico-ginniche (usa anche la gamba offesa a mo’ di arma imbracciandola e muovendola al ritmo del suono campionato di una mitragliatrice in uno dei brani che passano in discoteca) rendendolo una vera attrazione.
La sua storia si intreccia con quella di Mimì bellissima prostituta della quale GriGris si invaghisce. Entrambi vittime di una società puritana che esclude ogni diversità (il freak che dà spettacolo ma al quale nessuno dà un lavoro perchè è zoppo, la prostituta che nessuno vuole come fidanzata) GriGris e Mimì si osservano, si annusano, si lasciano attrarre l’uno dall’altra. Nella sua ingenuità GriGris truffa un boss locale del contrabbando di benzina per aiutare con quei soldi a pagare la retta d’ospedale dello zio e deve fuggire perché minacciato di morte assieme a Mimi, rea di averlo ospitato. Si ritrova in un villaggio guidato da un gruppo di donne che lo accolgono come maschio benaccetto.
Nonostante la vocazione naturalista delle location e della fotografia il film si attesta come una parabola sulle aspirazioni personali e sull’emancipazione dalle costrizioni sociali, morali ed economiche. E sulla possibilità concreta di cambiare e vivere senza doversi adeguare.
Un film incentrato sull’attore Souleymane Démé, la cui menomazione dà al personaggio che interpreta quella credibilità fisica sulla quale costruire un carattere, una vita, un’anima.

Shalimar Preuss debutta con Ma belle Gosse (t.l. Mia bella ragazza)Rendez-Vouz 2014 - 04 ma belle gosse (Francia, 2012) suo primo lungometraggio, nel quale ci racconta le relazioni tra un gruppo di giovani e giovanissime e uno di persone adulte, colto da una macchina da presa mobile e quasi documentaria che restituisce le relazioni tra i personaggi più che le storie che li caratterizzano.
Le relazioni si intrecciano attorno a Maden una giovane 17nne che intrattiene una corrispondenza con un 35enne incarcerato grazie a un annuncio messo dall’uomo.
Le relazioni nel gruppo tra bambini e bambine (un fratellastro due cugine e un cugino) e del gruppo di giovani con gli adulti (le madri di alcuni di loro e un padre)  restituiscono lo spaccato di una normale famiglia allargata contemporanea, gestita dalle donne, abbandonate dagli uomini la cui unica presenza ribadisce la loro incapacità nel gestire le relazioni interpersonali.

Il padre di Maden, che ha avuto un figlio da un’altra donna, incapace di avere con lei un rapporto che possa dirsi tale si limita a rimproverarla adeguandosi al ruolo di padre padrone che dà ordini a tutti, compresa la sorella, che lo butta fuori di casa quando l’uomo intima al nipote di non frequentare più sua figlia reo di non aver fatto la spia sulla relazione epistolare di Maden con l’incarcerato.
Se è fin troppo facile e riduttivo, anche se non scorretto, dire che Maden cerca nel carcerato col quale si scrive quella figura paterna che il padre non è in grado di darle, ben più ampie sono le implicazioni familiari che questo film mostra senza apparentemente narrarle e che lascia al pubblico che lo guarda il compito di ricostruire relazioni e parentele.
Ne risulta un’istantanea  nel quale il mondo adulto è diviso nei due sessi, dove la solidarietà femminile si sostituisce all’affettività maschile, incapace e assente, mentre tra cugine e cugine vige il reciproco rispetto e la prevaricazione infantile, quando c’è, non è guidata ancora da nessun ruolo di genere.

Abbiamo chiesto alla regista se pensa che questo gruppo di giovani crescendo si guasterà dividendosi inesorabilmente come la generazione precedente tra donne e uomini, oppure riuscirà a intessere rapporti con la stessa facilità con cui fanno nel presente.
Shalimar Preuss ci ha guardati, chi ha sorriso e ci ha risposto che lei questo non lo sa  e che nemmeno può prevederlo.
La speranza che ciò accada è l’ultimo sentimento col quale il film ci lascia.

2 automnes 3 hivers  (t.l. 2 autunni e 3 inverni) (Francia, 2013) di Rendez-Vouz 2014 - 03 2 automnesSébastien Betbeder  ci racconta una storia di amicizie e di amori con l’escamotage di far rivolgere i protagonisti direttamente al pubblico e, dunque, alla macchina da presa, commentando così quel che nel film viene raccontato in flashback.
La storia così narrata, divisa in parti e capitoli, vede la sua sola novità nella forma narrativa mentre i fatti narrati non si sottraggono a un mesto orizzonte eterosessista dove le donne sono più sensibili e imprevedibili e gli uomini immaturi o ingenui. Un orizzonte etico dove la paternità negata, perché le donne fanno figli con altri uomini o perché decidono di abortire, è vissuta come un sopruso intollerabile della donna verso l’uomo.
Un film datato e maschilista, di quel maschilismo simpatico e sorridente non per questo meno mefitico.

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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