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“Il Grande Cocomero”, intervistiamo il regista ed autore Pier Vittorio Mannucci

foto 2(1)di E.T.  twitter@iiiiiTiiiii

Abbiamo visto al Roma Fringe Festival, di cui questo povero cronista èa anche giurato, lo spettacolo “Il Grande Cocomero” di cui potete leggere la recensione qui, che ci èe piaciuto molto.

Abbiamo anche incontrato in un paio di occasioni la compagnia, giovani attrici ed attori “tanto carini”, come dice Marta Volterra una delle organizzatrici del festival, che ci hanno confermato che dietro a buoni risultati ci sono sempre umiltà e lavoro, alla faccia di certi tromboni di cui parleremo in altra sede, ed abbiamo proposto questa chiacchierata al regista dello spettacolo  Pier Vittorio Mannucci.Pier 1b

Eccola:

Lei i Peanuts li ama o li odia?
Li adoro. Ho tutte le strisce pubblicate in italiano, e passerei ore a leggerli. Tuttavia, penso che ci sia una forte dimensione drammatica nel fumetto, un cinismo più nascosto di quello di altre strisce simili – penso a Mafalda – ma comunque presente. Quando Charlie dice “Potrebbero mancarmi i miei amici” e Lucy risponde “Quali amici?” noi ridiamo, ma nella vita reale questa è una vera e propria violenza psicologica. Ciò che mi affascina dei Peanuts e della scrittura di Schulz è proprio la sua straordinaria abilità di unire poesia e cinismo, dolcezza e crudeltà, creando un fumetto che, nel suo essere a volte surreale, è invece secondo me molto simile alla vita.

Da dove viene l’idea di costruirci sopra una spettacolo?
L’idea di uno spettacolo sui Peanuts mi ronzava in testa da un po’,  ma non trovavo la chiave di lettura adatta. Non volevo fare uno spettacolo con attori adulti che interpretano dei bambini, lo trovavo finto e, soprattutto, inutile, dato che non avrei mai potuto scrivere qualcosa di meglio di quanto fatto da Schulz. Poi, finalmente, mi venne l’idea giusta: scrivere non un’imitazione del fumetto, ma un qualcosa che andasse oltre, che prendesse le mosse dai personaggi di Schulz per farli diventare qualcos’altro, qualcosa che anche chi non ha mai letto il fumetto potesse capire. Ho quindi pensato di raccontare la storia di un gruppo di adulti che fossero simili ma diversi a Charlie Brown & co.foto 1(1)

Ci racconta la genesi de “Il Grande Cocomero”?
Una volta deciso di scrivere una storia in cui i protagonisti fossero, idealmente, i Peanuts da adulti, mancava ancora la trama. L’idea, come spesso accade, arrivò quasi per caso: una sera avevo appena finito di leggere qualche striscia con protagonisti Schroeder e Lucy, e accendendo la TV mi trovai davanti “Il grande freddo”. Da lì fu quasi naturale, finii la prima stesura in una settimana: la morte di uno dei protagonisti, il funerale, i rapporti freddamente cordiali di chi si rivede dopo tanto tempo che ricadono quasi subito nelle indimenticate routine di quando erano bambini. A poco a poco il testo prese forma, ispirato anche dalle atmosfere e dai sentimenti delle opere più disparate, come Il Grande Gatsby e Un polpo alla gola di Zerocalcare.

E la sua storia di autore e regista?
Entrambe nascono quasi per caso. Come autore, ho sempre scritto storie brevi e piccoli inserti per le rappresentazioni teatrali del mio liceo, ma non avevo mai scritto un testo teatrale completo. L’opportunità venne grazie alla compagnia PaT- Passi Teatrali, con cui lavoro tuttora: le due fondatrici mi chiesero di scrivere una scena per loro. Quella scena si sviluppò e si espanse fino a diventare Coffee and Cigarettes, il mio primo testo, che ha subito un lungo processo di evoluzione nel corso degli anni ed è arrivato solo lo scorso anno alla sua versione definitiva. Il titolo è un omaggio all’omonimo film di Jim Jarmush, da cui lo spettacolo riprende la struttura a scene costruite attorno a un tavolino da bar, con caffè, sigarette e un’amicizia da ricostruire. Oggi ho a repertorio quattro testi: oltre al Grande Cocomero e il già citato Coffee and Cigarettes, ci sono I dimenticati, che vinse il premio Spirito Fringe alla prima edizione del Roma Fringe Festival, e Luci Spente, un thriller psicologico da cui recentemente un giovane e talentuoso regista, Edoardo Lomazzi, ha tratto un film indipendente. Imparo qualcosa di nuovo a ogni scrittura, e spero di crescere un po’ con ogni testo.

foto 3(1)Quando decidemmo di mettere in scena il mio secondo testo, I dimenticati, diventai anche regista, inizialmente solo per fornire una visione esterna che gli attori non potevano avere. Poi, con il passare del tempo e delle prove, ci presi gusto, e divenni regista a tutti gli effetti. Non sono regista per formazione, e quindi cerco sempre di ascoltare i suggerimenti e le proposte dei miei attori, integrando le loro e le mie intuizioni in un unicum che diventa poi la regia dello spettacolo. Sto ancora sviluppando una mia visione registica, anche se mi attira l’idea di portare alcuni aspetti della grammatica cinematografica a teatro, in un processo inverso rispetto a quello che avvenne con la nascita del cinema, quando fu la settima arte a “rubare” al teatro.
Per ora cerco quindi di mettermi al servizio del testo, dei personaggi e delle doti degli attori, usando tutti gli elementi scenici come un linguaggio espressivo che aggiunga qualcosa al linguaggio drammaturgico. Questo è il motivo per cui, ad esempio, in Luci Spente ho sviluppato la regia insieme a quella che è la costumista e scenografa della compagnia, Monia Manuello: scenografia e costumi dovevano diventare parte della storia, una sorta di attore aggiunto, e chi meglio della costumista e scenografa per lavorare su questo aspetto? Ripeto, però, che ho ancora tantissimo da imparare in questo campo, e devo ringraziare i miei attori per molte delle idee migliori avute fin qui.

La compagnia nasce come?foto 4(1)
La compagnia nasce a Milano nel 2008, fondata da Ylenia Santo e Gledis Cinque, con l’intenzione di promuovere il teatro attraverso la messa in scena di testi contemporanei e l’unione di diverse tradizioni teatrali, proponendo uno stile di recitazione e messa in scena realistico e non impostato. Con il tempo, alla compagnia si sono aggiunti altri elementi, tra cui vorrei citare, oltre alla costumista Monia Manuello di cui ho già parlato, gli attori Matteo Bertuetti, Simone Fossati e Saverio Trovato, che hanno preso parte a tutti i nostri spettacoli – o quasi –  e sono il cuore pulsante di PaT – Passi Teatrali.

Cosa vi aspetta in futuro?
A livello di compagnia, l’obiettivo ora è cercare di dare diffusione ai nostri spettacoli, cercando spazio in vari teatri a Milano e in Italia. Non è facile, le opportunità sono poche, ma noi cercheremo di coglierle tutte. A settembre saremo in scena a Cassina de’ Pecchi con Coffee and Cigarettes, e qualcosa si sta già muovendo per Il Grande Cocomero. Speriamo che il Fringe ci sia d’aiuto, in questo senso. Stiamo inoltre lavorando a dei progetti di collaborazione con altre compagnie: sia Saverio Trovato che Silvia Santin, un’altra delle nostre attrici, hanno fondato una loro associazione teatrale, e stiamo cercando di capire se possiamo costruire qualcosa insieme a Milano o nell’hinterland. L’unione fa la forza, giusto?
A livello personale, sto già lavorando ad alcuni nuovi testi. Da un lato vorrei cimentarmi nella regia di un testo non mio, ma dall’altro ho due idee originali che mi ronzano per la testa su cui vorrei lavorare. Cercherò di portare avanti ambedue le strade, nel limite del possibile.foto 5(1)

Per quanto possibile, per quanto rientra nelle possibilità degli eventi organizzati da Gaiaitalia.com – il quotidiano che crea cultura – faremo di tutto per riproporre lo spettacolo “Il Grande Cocomero” urbi et orbi, ed invitiamo i nostri lettori a tenere d’occhio i cartelloni, perché lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.

 

 

 

 

 

(24 giugno 2014)

 

 

 

 

 

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