Roma Fringe Festival: “Dov’è Desdemona?”, una drammaturgia irrisolta #Vistipervoi

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di Alessandro Paesano

L’idea dramdovè2maturgica di Dov’è Desdemona, di Antonio Careddu, portare in scena un Otello il quale da tempo immemore sembra voler ripercorrere (…) l’uccisione della consorte, non riuscendo ad ammettere, fino all’ultimo, la propria colpevolezza è intrigante e ricca di potenzialità teatrali.

Sulla scena Otello, regredito allo stato infantile (magnificamente interpretato da Simone Bobini che rende credibile ogni iperbole della regia), è servito di tutto punto da uno Iago più femmineo che infido (la cui interpretazione di Eugenio Coppola è ondivaga, ora coerente e credibile, ora un po’ troppo sopra le righe velatamente auto compiaciuta).

Iago cerca di persuadere Otello, senza riuscirci, che la bellezza non è garanzia di probità. E per sostenere il suo punto di vista, cerca di minare la fiducia di Otello nei confronti di Desdemona. In quanto donna Desdemona è infatti infida, traditrice, e va governata con la cinghia come conciona Iago anche in una canzone (alla chitarra), prendendo a piene mani da un insopportabile, perché gratuito, armamentario misogino e maschilista.

Il femminino immaginato e riproposto in scena da Otello e Iago, sia quando Iago interpreta Desdemona, sia quanto entrambi rifanno il verso alle amiche di Desdemona, è costruito su un’effeminatezza tutt’altro che femminile, secondo il più trito dei cliché del femminile interpretato dai maschi.

Un femminile grottesco e quasi da avanspettacolo che propone una comicità facile (che ha infatti effetto sul pubblico) senza essere sostenuta da una seria ragione drammaturgica.

L’autore del testo e il regista non colgono nemmeno l’occasione di giustificare l’interpretazione maschile di ruoli femminili con il divieto per le donne di recitare nel teatro elisabettiano e questo femminino posticcio e misogino infastidisce perché distrae sfuggendo di mano alla regia che si perde nei mille rivoli di una messinscena piena di invenzioni sceniche (il bagnetto di Otello, l’orsacchiotto col quale dialoga, alcuni pali di scena usati per ricostruire vari ambienti, il fatto che Iago si rivolga direttamente al pubblico), fino all’agnizione finale che non arriva come conseguenza di quanto accade in scena, ma è proposta come improvvisa e didascalica spiegazione posticcia.

Troppi i nodi non risolti tra i quali il più opprimente quello di una solidarietà maschile che si presenta come affetto amoroso senza che la messinscena attesti o neghi questa implicazione che aleggia sulla scena più per gustogoliardico in un racconto evidentemente guidato più dall’improvvisazione scenica che da una drammaturgia solida e rigorosa.

La più grande contraddizione dello spettacolo resta infatti quella di cercare di far assumere ad Otello le proprie responsabilità sull’assassinio di Desdemona affidando il compito proprio a colui il quale quell’assassinio ha architettato.
Un argomento affrontato da un autore e un regista forse troppo giovani per saper gestire con la dovuta padronanza le sotterranee potenti e grandiose relazioni tra i personaggi/archetipo di uno dei più noti (e abusati) testi shakespeariani.

 

 

 

 

(26 Giugno 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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