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Cara Giovanna, la risposta è sì (risposta a un articolo di Giovanna Di Rosa pubblicato su Gaiaitalia.com)

Alessandro Paesano 01di Alessandro Paesano

Leggo su Gaiaitalia.com, lo stesso quotidiano sul quale sto scrivendo, un articolo firmato da Giovanna Di Rosa nel quale l’autrice si domanda Siamo proprio sicuri che essere contrari ai matrimoni ugualitari sia sicuro sintomo di omofobia? che è anche il titolo del suo pezzo.

Nel suo articolo Di Rosa esprime il timore che si possa correre il rischio che il termine omofobia venga inflazionato da un uso eccessivo e fa alcuni esempi nei quali si chiede se si possa parlare legittimamente di omofobia.

Prima di vedere i casi che propone nel suo articolo vorrei analizzare la definizione che Di Rosa dà di omofobia traendola dall’enciclopedia Treccani: “omofobia” (s. f. [comp. di omo(sessuale) e -fobia]. – Avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità.

La parola omofobia è senz’altro un neologismo infelice perché letteralmente significa paura dell’uguale e dunque non significa nulla.
Il suo effettivo significato però va ben al di là di quello proposto dall’enciclopedia Treccani.

L’omofobia non è infatti una paura irrazionale delle persone omosessuali.

Se fosse così le persone omofobe andrebbero aiutate e difese, perché malate, non certo censurate o condannate.

Con omofobia si indica piuttosto una forma di odio e discriminazione simile al razzismo, secondo la quale le persone omosessuali non meritano gli stessi diritti delle altre persone.

Lo spiega bene Luca Trappolin nel libro Citizen Diversity, il report sui risultati della ricerca omonima che ha indagato la dimensione europea dell’omofobia e delle discriminazioni ai danni di gay e lesbiche: molto spesso le persone dimostrano nel modo di esprimersi, e dunque di pensare, dei pregiudizi sulle persone omosessuali che nemmeno si rendono conto di avere.
Una omofobia non percepita come tale ma che, in quanto discriminatoria, è sempre omofobia.

Purtroppo molte persone pensano che solamente la violenza fisica sia omofobica e considera l’espressione di idee discriminatorie o i comportamenti che attuano queste discriminazioni come pensieri e comportamenti legittimi che rientrano nei diritti di opinione e pensiero.

Dobbiamo imparare invece che c’è omofobia anche in una barzelletta, o quando ci lamentiamo che le persone omosessuali “ostentano”, ogni volta in cui ne distinguiamo il comportamento rispetto le persone eterosessuali.
C’è omofobia ogni volta che si esprime un qualsiasi giudizio negativo nei confronti dell’omosessualità (omofobia pregiudiziale).

Sono omofobiche dunque le convinzioni personali e sociali contrarie all’omosessualità, come la convinzione che l’omosessualità sia patologica, immorale, socialmente pericolosa o invalidante.

E’ omofobico manifestare insofferenza nei confronti di ogni comportamento omosessuale e contro le rivendicazioni sociali e giuridiche delle persone omosessuali (omofobia discriminatoria).

È omofobico anche pensare che le persone omosessuali chiedano dei diritti particolari, ad hoc, i diritti gay, quando, in realtà, chiedono solamente vengano loro riconosciuti gli stessi diritti di tutte le altre persone che sono loro negati in quanto persone non eterosessuali.

E adesso che abbiamo restituito all’omofobia una parte dello spessore che ne costituisce il significato (per un approfondimento mi permetto di rimandare alla voce omofobia dello Stylebook di Gaynet che il sottoscritto ha pubblicato assieme a Rosario Coco)  possiamo provare a rispondere alle domande che di Rosa solleva per dimostrare l’uso inflattivo del termine omofobia.

Se io mi dichiaro contraria al matrimonio egualitario perché mi sembra che si tratti di uno scimmiottamento di paradigmi (v)eterosessuali che non mi interessano, ma nello stesso tempo affermo che l’assoluta parità di tutti gli esseri umani deve esistere, e sto esprimendo solo la mia contrarietà ad un istituto che abbia lo stesso nome di un altro e nella cui utilità non credo, ma nello stesso tempo dico forte e chiaramente che si possono raggiungere gli stessi obiettivi di uguaglianza anche attraverso altre formule – che esistono – e che consentono di raggiungere gli stessi risultati di parità effettiva, sono omofoba?

Sì la dichiarazione è squisitamente, terribilmente, insopportabilmente omofoba.
Per diversi motivi.

1) Di Rose parla di un istituto che abbia lo stesso nome di un altro.

Fuorviata dall’espressione matrimonio egualitario (e non ugualitario come scrive lei) di Rosa crede che si tratti di un altro istituto con lo stesso nome.

Invece matrimonio egualitario significa solamente permettere l’accesso del matrimonio (l’unico che esiste) ANCHE alle coppie dello stesso sesso.
Lo stesso identico matrimonio cui oggi possono accedere solamente coppie di sesso diverso.

Di Rose si professa contraria al matrimonio egualitario perché mi sembra che si tratti di uno scimmiottamento di paradigmi (v)eterosessuali che non mi interessano.
Se di Rose è contraria al matrimonio come afferma di essere allora dovrebbe proporre un istituto alternativo al matrimonio valido per tutte le coppie qualunque ne sia l’assortimento sessuale.
Dichiararsi contraria solamente al matrimonio per le coppie dello stesso sesso significa discriminare questo tipo di coppie ed essere dunque omofobe e bifobe (non tutte le coppie dello stesso sesso sono formate da persone omosessuali, esiste anche la bisessualità).

Adesso la parità o è tale o non è, non esiste una parità effettiva.

Permettere alle coppie dello stesso sesso di accedere allo stesso istituto giuridico di tutte le altre persone è in ogni caso più paritario che creare una legge ad hoc solamente per le coppie dello stesso sesso.

Nel primo caso (matrimonio) si ha la parità tout-court.

Nel caso di istituto equivalente si introduce una differenza segregazionista che distingue il sesso delle persone che si vogliono unire, proprio come le leggi di una volta che vietavano i matrimoni interraziali. Questo è squisitamente omofobico. Oggi ci si può sposare tra etnie diverse accedendo allo stesso istituto non con un istituto ad hoc.

Se siamo davvero tutti e tutte uguali davanti la legge un istituto giuridico ad hoc mantiene e rafforza la discriminazione non crea nessuna parità, nemmeno effettiva.

Dirsi contrarie all’apertura del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso è l’idea platonica dell’omofobia!

Lo slittamento semantico, politico, rivendicativo nel dichiararsi contrarie al matrimonio perché se ne criticano gli assunti eteronormativi mi sembra ricada tutto sulle persone che, se potessero, si sposerebbero volentieri. Non su di Rose che, ci pare di capire non si sposerebbe nemmeno se lo potesse.

Si esprime la propria opinione in maniera completa e significativa solamente quando si rifiuta un diritto di cui si gode non quando si rimprovera alle altre persone di voler godere di un diritto negato.
Si ha parità solo e solamente se se tutte le coppie possono accedere al matrimonio anche se si è contrarie a quella istituzione e si decide di non avvalersene.

Visto che le coppie dello stesso sesso non possono ancora sposarsi accusarle di voler scimmiottare una istituzione a loro preclusa mi sembra una speculazione teorica cinica che non prende in considerazione le persone in carne ed ossa che al matrimonio credono.

Se Di Rosa è davvero contraria al matrimonio si preoccupi di far divorziare le coppie di sesso diverso, le uniche che in Italia possono sposarsi, invece di rimproverare le coppie dello stesso sesso che vorrebbero sposarsi ma viene loro impedito di fare.

Di Rosa per sostenere le sue argomentazioni cita Karl du Pignè (e non la Karl, come Di Rosa scrive con un uso sessista della lingua italiana), altra collaboratrice di Gaiaitalia.com la quale si chiede e ci chiede

se il signore dell’interno sei del mio palazzo non gradisce che una coppia di gay abiti nel suo stesso condominio e lo fa esprimendo una sua opinione, legittima, senza diffamarmi (voi omosessuali siete tutti pedofili, ad esempio) magari dicendo che non apprezza il mio stile di vita o affermando che secondo lui io non posso avere il suo stesso diritto a sposarmi, posso tacciarlo di essere omofobo?

La risposta, anche in questo caso, non può che essere affermativa.

Sì quel signore è omofobo.

Se sostituiamo il sostantivo omosessuale coi sostantivi ebreo, nero e donna le opinioni di quel signore non sarebbero più percepite come legittime, ma come razziste e maschiliste.

Il fatto che ancora si tollerino le opinioni contro le omosessualità in base al diritto di opinione, mentre non lo si tollera più con quelle contro l’etnia la religione o il sesso, dimostra quanto l’omofobia o, per non dare adito a Di Rosa di poter addurre l’etimo infelice di questa parola, l’omonegatività, sia diffusa e ancora poco percepita.

 

 

 

 

 

 

 

 

(23 Luglio 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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