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Short Theatre 9: Villa, Latella, Latini, Margine operativo alla ricerca di un pubblico o di una platea?

Short Theatre - 02 Latelladi Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

Serata impegnativa quella del 9 settembre a Short Theatre, senza tregua e non tanto per la serratezza dell’orario degli spettacoli (uno dietro l’altro; non si faceva in tempo a uscire che era già ora di entrare per il successivo) ma per la corposità dei testi proposti (tutti abbondantemente sopra l’ora di durata, tranne l’ultimo) e per l’impegno nella visione che richiedevano al pubblico.
Dei modi diversissimi di pensare e fare teatro tutti accomunati da un narcisismo della drammaturgia che confonde l’importanza di quello che il testo dice con il fatto stesso che il testo dica e basta.

Valentino Villa ha presentato uno studio sul testo di Katjia Brunner Die Hölle ist auch nur eine sauna, alla sua prima rappresentazione, che per essere compreso nella sua vera portata necessita della lettura delle note di regia.
Lì si scopre che L’inferno è solo una sauna è “ispirato alla vicenda di Elisabeth Fritzl, segregata per 24 anni dal padre in una cantina e madre di 7 figli incestuosi. Valentino Villa, 2013
In scena il testo ci racconta in un prologo di una famiglia nella quale il padre vive in superficie con la seconda moglie e in cantina è segregata una ragazza. Tra analisi sul mito del genesi (Eva e la mela) e commenti adolescenziali sulla fiaba di Pocahontas il testo ci racconta in maniera confusa e confusionaria di questa ragazza che ha subito violenza (ma la colpa è spesso anche delle donne che scelgono così male i loro partner!) che partorisce un ermafrodito. Ne seguiamo le vicissitudini: la normalizzazione a uno dei due sessi, con l’applicazione di una vagina di plastica, come suggerisce una dottoressa inflessibile, anche se l’ermafrodita viene sempre chiamato al maschile (il bambino…) sciorinando una serie di ruoli di genere ( i giochi da maschio e da femmina) senza spiegare mai che tali ruoli scaturiscono dalla società ma ascrivendoli alla sfera della biologia fino alla palingenesi finale in cui uno degli attori profetizza che, visto che oggi che non conta più quello che si ha in mezzo alle gambe possiamo davvero superare le contrapposizioni tra sessi, e grazie all’ermafrodita (al quale si rivolge al maschile…) superare l’opposizione maschio femmina e determinare il nostro sesso che non deve essere per forza quello biologico di nascita…

Il testo spiazza per la pochezza su cui si basa la sua drammaturgia che affronta argomenti attualissimi, come l’identità di genere o l’intersessualità, con un piglio semplificatorio e discriminante a cominciare dalla lingua che accorda tutti i sostantivi al maschile (ma di questo bisogna chiedere prima che al testo alla traduzione dal tedesco di Alessandra Griffoni, visto che il tedesco ha il neutro e l’italiano no, e Griffoni, ma non è l’unica, ignora il libro Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini).
Un testo che confonde transessualismo (l’impiego di ormoni per cambiare sesso) con l’intersessualità (che non è MAI ermafroditismo visto che in natura non esiste essere umano davvero ermafrodita, cioè con entrambi gli organi genitali pienamente sviluppati e contemporaneamente funzionanti) della quale ha un giudizio moralista visto che il bambino ermafrodita è nato da un incesto…
A Brunner non manca solo la cultura scientifica (e politica) per affrontare certi temi, ma anche quella classica visto che preferisce gingillarsi con le improvvise erezioni dell’ermafrodita che andare a indagarne davvero il portato simbolico (da Platone a Zolla passando per Jung) e indulge nel proporre al pubblico dei dettagli sessuomani (ma a ben vedere sessuofobici) come il liquido seminale sulla faccia dalla ragazza segregata, o il buco senza labbra che il bambino ermafrodita ha al posto della vagina.

Brunner si limita a riportare in scena discorsi maschilisti, misogini e eteronormati senza che il testo spieghi davvero se vanno considerati un paradigma o elementi da criticare lasciando il pubblico davanti al fatto compiuto senza nemmeno fargli capire se a quel testo deve aderire o prendere le distanze. La palingenesi finale è infatti scritta con lo stesso linguaggio maschilista che pretende di superare anche nella distribuzione dei ruoli (non a caso è un maschio a profetizzare un futuro di cambiamento… così come è maschile il bambino ermafrodita…) senza rendersi conto che il linguaggio maschilista che mette in scena scaturisce dallo stesso patriarcato da cui deriva la violenza subita da Fritzl,

La messinscena di Villa si attesta sullo stesso maschilismo, facendo indossare a uno degli interpeti una pelliccia e tingersi i contorni della bocca (non già le labbra) di un rossetto carminio, avvalendosi di attori e attrici dalla recitazione troppo accademicamente impostata (non a caso provengono dalla Silvio d’Amico) che non sanno nemmeno presentarsi in scena con una emissione consona al luogo (che non è un teatro ma un ex mattatoio: così le battute di una delle attrici vengono perse dal riverbero della sala perché il regista non le ha ricordato di recitare più lentamente).

Dopo un’ora e mezza di Brunner usciamo dalla sala provati e sconvolti che tanto maschilismo possa annidarsi anche nei pensieri di una giovane donna contemporanea.

Veniamo poi catapultati nel mondo egotista di Antonio Latella e Federico Bellini in A.H. che nel programma di sala si chiedono come sia stato mai possibile che il cancro Hitler sia entrato nel cuore di milioni di essere umani ma poi in scena ci intrattengono con lezioni sulla Genesi, mentre Francesco Manetti si cosparge la testa calva di nutella, mostra il suo pene a riposo, mima marinettianamente (zang tumb tum) i rumori della guerra, si cosparge il corpo di borotalco, si improvvisa Geppetto movendo le fila di un burattino (in realtà un manichino d’arte) e ci ruba un’ora e dieci del nostro tempo.

Il pubblico applaude grato. Noi no.

Corriamo sempre più provati verso il primo atto de I giganti della montagna di Pirandello che Roberto Latini Short Theatre - 05 Latiniallestisce come un a solo per due voci e microfono. Suggestivo all’inizio quando la drammaturgia cerca di transcodificare l’impianto da commedia borghese dell’ultimo incompleto capolavoro pirandelliano verso una drammaturgia altra; la transcodifica si attesta subito verso una messinscena che vale di per sé e si sostituisce al testo che diventa un pretesto, i temi e la trama dell’opera originale talmente diluiti e stralunati dalla verve dell’allestimento da fare dimenticare completamente di Pirandello. Più che scrivere di Luigi Pirandello si sarebbe dovuto scrivere, più onestamente, da Pirandello, i cui giganti della montagna sono ben altra cosa.

Boccheggianti arriviamo a Partizan Let’s go di Margine Operativo, che propongono un compitino scialbo e didascalico sulla storia fascista e sulla resistenza, sviluppato da due cantastorie che sanno creare con l’ausilio di una chitarra e delle proprie voci amplificate una partitura sonora notevole ed elegante.Short Theatre - 03 Partizan

Prevedibile la drammaturgia che non sfigurerebbe come lavoro eseguito da un gruppo di studenti liceali ma che non scalfisce nemmeno la superficie della storia del fascismo (ascrivendola alla presenza dello straniero sul suolo italiano e a quello della chiesa e mai invece alla profonda arcaica italica prepotenza e illegalità a cominciare dai piemontesi in Sicilia).

L’istallazione risente della retorica da centro sociale dove basta l’intenzione per credere di raggiungere il risultato politico che è il più grande limite di Partizan let’s go.
Uno dei due performer avverte a inizio spettacolo che il loro lavoro si rivolge a persone politicamente schierate rendendo vano lo scopo didattico (in senso brechtiano) del testo che dovrebbe rivolgersi non a chi, essendo già schierato politicamente certe cose le sa, o dovrebbe saperle, ma a quella parte di pubblico non ancora schierata che ha bisogno di stimoli e di conoscere la storia. Non basta certo leggere alcuni estratti dalle bellissime e commoventi (lo diciamo senza ironia) lettere dei partigiani e delle partigiane per creare un senso critico nel pubblico. Né basta la bravura dei due interpreti che oltre a cantare e suonare magnificamente sanno reggere la scena da soli.
L’impostazione drammaturgica di Partizan let’s go tradisce un certo narcisismo radical chic di chi crede che basti essere dalla parte giusta per avere ragione dimenticandosi che la ragione non la si ha perché ci si schiera ma, probabilmente, perché si collettivizza un pensiero critico.
Quattro esempi diversissimi di teatro che ci pare non cerchi un pubblico per coinvolgerlo o stimolarlo ma sia alla ricerca di una platea che faccia da testimone alla propria narcisistica presunzione di avere qualcosa da dire, anche quando forse da dire non si ha proprio niente o quasi.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(10 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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