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Gloria Annovazzi, la Voce più Umana possibile che anche Cocteau avrebbe amato #vistipervoi

Gloria Annovazzi 00di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

Una bella sorpresa ci ha atteso domenica al teatro Sala Uno per l’ultima replica (speriamo presto lo spettacolo possa tornare in scena) de La voce umana di Cocteau per la regia e la scena di Viviana Di Bert, interpretato da Gloria Annovazzi che fa suo uno dei ruoli femminili più ambiti e difficili del teatro di parola del 900.

Di Bert approccia il testo con una regia rispettosa della tradizione che vuole la protagonista, giunta alla fine di una storia d’amore iniziata 5 anni prima e conclusasi perché l’uomo si sposa con un’altra, straziarsi l’anima toccando tutti i colori della tavolozza emotiva umana.

Di Bert fa aprire a Gloria Annovazzi il monologo, costituito da una partitura complessa di dialoghi al telefono con l’amante dei quali sentiamo solo la voce di lei, già con emozione altissima, già al fuoco bianco della disperazione, un sentimento appena appena dissimulato per dimostrare all’uomo comprensivo e premuroso che l’ha lasciata il suo coraggio di donna autonoma che sa andare avanti senza di lui.

Sorprende come Annovazzi riesce a librasi ancora più alta quando, nella seconda parte del monologo, dismessa la dissimulazione di donna forte e coraggiosa, la protagonista crolla sotto il peso di una disperazione totale e implacabile. Annovazzi sa volare alto per tutto lo spettacolo senza mai calare di quota, con la leggerezza e la semplicità che rivelano una tempra d’attrice sorprendente.

Di Bert la coadiuva inserendo delle pause nella drammaturgia (un sipario musicale e un buio che nel testo originale non ci sono) permettendole di sospendere momentaneamente una tensione sempre prossima al climax.
Una scelta intelligente della quale dispiace solo il sacrificio di alcuni passaggi narrativi che si perdono nella lettura disperante del personaggio proposta da Di Bert.La Voce Umana

Quando la donna, della quale Cocteau non ci dice il nome, scopre che l’uomo le ha mentito sul luogo dove si trova (richiama presso la sua abitazione trovandovi solamente il maggiordomo) l’umiliazione subita per la menzogna viene vissuta nel testo con dignità senza troppi patemi, tanto che più avanti dice all’uomo che, nel caso lui le avesse mentito, lei avrebbe apprezzato quel gesto come un atto di tenerezza. Di Bert invece la fa disperare fino all’urlo, facendone una donna meno consapevole e meno in controllo di un amore a scadenza. La straordinaria forza della piéce di Cocteau sta proprio nella consapevolezza con la quale la donna gestisce una storia d’amore disperante senza lasciarsene travolgere, dove insomma la forza della donna risiede nella sua capacità a resistere a una fine dolorosa mentre una lettura divenuta classica attesta la protagonista tra le donne fragili e vittime dell’amore per l’uomo, snaturando un poco la psicologia del personaggio pensato da Cocteau.

Una lettura interpretante che accomuna questo a moltissimi allestimenti (provate a cercare su internet la versione cinematografica di Anna Magnani diretta da Rossellini) e della quale Di Bert si è evidentemente lasciata sedurre.

Molto interessante la scenografia che, sfruttando l’architettura particolare del Teatro Spazio Uno, sviluppa la scena in due ambienti. In quello di fondo campeggia un materasso con lenzuola nere, posto diritto, poggiato al muro di fondo, sul quale è disegnata la sagoma di una persona, col classico gesso da scientifica, mentre nello spazio più vicino alla platea pendono dall’alto dei fili elettrici districati a ricordare i cavi telefonici di una volta.

Splendide le luci, di Fabrizio Cicero, con le quali Annovazzi interagisce, ora riflettendo la luce di un faro di quinta con la sua sottana bianca, tanto da abbagliare la platea, ora proiettando la sua ombra sul muro quando, di spalle, recita parte del monologo mentre si spoglia della sottana rimanendo in topless, strisciando poi a terra, disperata, più che per nascondere i seni per mostrare il punto di prostrazione totale in cui si trova emotivamente il personaggio che interpreta con una generosità disarmante e travolgente.

Idea elegante e intelligente quella di far spogliare la protagonista prima dei segni esteriori di una classe sociale alla quale appartiene – quella media borghesia così squisitamente evocata nella decisione educata ma ferma con cui intima a una intrusa che si è inserita nella linea di riagganciare (il monologo è pieno di riferimenti a una linea telefonica malsicura, caduca, instabile) – e poi, una volta sbarazzatasi di quelli della donna pubblica, degli abiti più intimi della sua vera persona privata.

Bastano pochi segni: una parrucca à la Coco Chanel che Annovazzi si toglie con un gesto di sconforto che strugge per la sua verità, la pelliccia bianca che nasconde una sottana perlacea che cadrà anch’essa, lasciando la donna fisicamente e metaforicamente nuda.

Una messinscena che emoziona e coinvolge grazie a una interprete che non si scorda e alla quale il pubblico grida alla fine degli entusiasti e meritatissimi brava ai quali aggiungiamo il nostro: Brava!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(13 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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