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A proposito del 30° TGLFF intervistiamo il direttore Giovanni Minerba

Giovanni Minerba 01di Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

Avevo chiuso il mio ultimo articolo dedicato al festival è terminato con questo conclusione-appuntamento: “E i registi italiani in concorso?” e ancora: “Nei cortometraggi… perché nei due concorsi dei lungometraggi neppure un film italiano!”, dicendo che per approfondire la questione la cosa migliore sarebbe stata parlarne con il direttore del TGLFF, Giovanni Minerba. Eccola di seguito:
Parlando dell’assenza di produzione italiane al TGLFF, è possibile capire se si tratta di una vostra scelta o di assenza di produzioni qualitativamente adatte?
Assolutamente non è una scelta, come avrai potuto constatare c’era molto di italiano nella sezione EXTRA KM0, un corto anche in concorso (più altri due di autori italiani, ma che non vivono in Italia e quindi di produzione straniera…). Lungometraggi destinati al Concorso purtroppo non ne abbiamo ricevuti, questa può essere la semplice risposta. Poteva essere pronto il film d’esordio di Veronica Pivetti, sia lei che io eravamo disponibili perché il film venisse in anteprima a Torino, ma la produzione non era ancora pronta per l’uscita in sala e quindi, con mio sommo dispiacere, hanno declinato l’invito. Comunque per quanto riguarda il cinema italiano sappiamo benissimo che il discorso è molto complesso, ci andrebbe “un trattato”… faccio due strani esempi, l’anno scorso volevo al festival il film Il mondo fino in fondo di Alessandro Lunardelli, era già stato al festival di Roma, ma mi faceva piacere comunque presentarlo, sarebbe uscito in sala qualche giorno dopo il mio festival, il distributore non accetto l’invito per “paura di etichettarlo”, stessa cosa due anni prima per Ci vediamo a casa di Maurizio Ponzi, per quest’ultimo era già tutto stabilito e programmato come apertura del festival, poi… Diverso tenore per Il rosa nudo di Jo Coda, passato in anteprima mondiale a Torino e poi in giro per il mondo a numerosi festival “raccattando” decine di Premi, non ha mai avuto un distributore “ufficiale”… Tutto può essere lo specchio della nostra Italia…?

In un articolo sono stato particolarmente duro nei confronti della giuria dei cortometraggi e del film vincitore, lei che è il direttore del festival, come interpreta una così enorme distanza tra il corto vincitore del concorso e quello vincitore del premio del pubblico?
Io tengo molto a quello che il pubblico “ci manda a dire”, perché credo sia un modo per dialogare e quindi capire quanto sia presente l’emozione “politica e umana”, e in questi casi sono contento che il pubblico abbia scelto un film come Aban + Khorshid di Darwin Sernik, menzionato anche dalla giuria fra l’altro. Giuria che però ha scelto Tom in America di Flavio Alves, che sicuramente ha una valenza meno politica, che non può essere il punto di partenza per giudicare un film, sarebbe riduttivo per un festival di cinema.

Per i concorsi dedicati ai lungometraggi, quali considerazioni ritiene opportune sulla questione delle scelte fatte dalle diverse giurie?
Posso dire che il Premio del pubblico, che comprendeva 30 film, fra questi i 9 del “Premio Ottavio Mai” e i 7 del “Premio Queer”, vinto da Vestido de novia, che non è stato molto lontano da molti altri film come preferenze, e questo vuol dire che il pubblico ha amato molti dei film in programma. Per quanto riguarda le scelte delle due giurie il discorso è diverso, anche se Gardenia (Premio Ottavio Mai), come dicevo è risultato anche fra i super votati. La giuria del Premio Queer forse aveva un “compito” più difficile perché si è trovata a decidere su 7 film che affrontavano tematiche giovanili, ovviamente legate alle nove generazioni, nuovi stili di vita e di cinema. Credo quindi che il nostro lavoro tutto sia stato recepito molto bene da parte delle giurie.

Passati 30 anni quali sono le più evidenti mutazioni contenutistiche, motivazionali e anche estetiche dei film che affrontano in modo specifico la tematica LGBT?
Io parlerei soprattutto di “motivazioni contenutistiche” perché quelle “estetiche” sono sicuramente indipendenti dalle tematiche GLBT. Due autori come esempio, Derek Jarman e Pedro Almodovar, due “estetiche”, indipendentemente dai contenuti, dalle storie.
Negli anni ci sono stati dei “filoni” che affrontavano i temi più attuali, urgenti, e penso soprattutto al periodo dalla fine degli anni ottanta e inizi novanta quando i temi principali erano legati alla questione dell’AIDS. Gli ultimi anni invece le tematiche giovanili sono al centro dell’attenzione dei cineasti, anche perché i giovani e nuovi autori hanno l’esigenza di raccontarsi, raccontare storie vicine alle loro vite.

L’importante produzione di cinematografia contemporanea in paesi che 30 anni censuravano i film a tematica lgbt ha avuto ripercussioni sulle produzioni italiane?
Spesso mi ripeto, alla noia forse, ma per me le produzioni italiane per quanto riguarda le tematiche GLBT dipendono innanzitutto della “questione italiana”. In questo periodo storico, cimentarsi in un tipo di cinema che affronti le tematiche LGBT è decisamente meno complicato rispetto a trent’anni fa, soprattutto in Italia. Qualcosa è cambiato e sta cambiando, nonostante il nostro Paese sia lontano dal raggiungimento dei traguardi già ottenuti in buona parte d’Europa e delle Americhe. Tuttavia, se ci si chiedesse perché tali Paesi detengono maggiore libertà culturale, viene spontaneo cercare una risposta nella politica e nelle leggi a favore delle persone LGBT adottate negli ultimi anni. L’esperienza di trent’anni di Festival sono sufficienti per sostenere questo; le rare occasioni di produzioni, non indipendenti soprattutto, per me hanno soprattutto il problema della “scrittura”… Probabilmente la volontà non è la sola dote che si deve possedere per compiere un simile lavoro, è necessaria anche una sorta di “militanza”. Spesso i registi italiani non ci riescono.

TGLFF trent’anni dopo, come è cambiato Giovanni Minerba?
Giovanni Minerba ha sicuramente 30 anni in più, questo può essere il cambiamento principale… (sic…).
Non toccherebbe a me dirlo se e come sono cambiato, potrei dire di essere cambiato poco, forse per quanto riguarda il festival necessariamente sì, sempre di più pensando alle esigenze del pubblico e non soltanto a quelli che possono essere i miei personali gusti cinematografici, anche se spesso succede che coincidono molto e questo ovviamente mi fa piacere.

Dopo alcuni anni politicamente difficili, qual’è ora il rapporto del festival con l’amministrazione torinese?
Se parliamo dei pochi anni di “non buon rapporto” con la Regione Piemonte per adesso è stato messo un punto. Poi in generale i rapporti con le istituzioni torinesi e regionali non sono mai stati negativi, certo, lo sappiamo, il nostro è un festival che non fa gola a molti, ma ciò nonostante oltre ad essere “sopportati” bisogna dire che siamo anche ben supportati. Gli ultimi anni poi sono stati difficili per tutti, in ambito culturale e no, le problematiche non appartengono solo a noi…

E come è cambiato, se è cambiato, il pubblico che segue il TGLFF?
E’ anche ovvio che il pubblico cambi, le nuove generazioni che si avvicinano al festival si aggiungono o prendono il posto di quanti “hanno già dato”, ma è bello vedere le mescolanze sia generazionali che di “appartenenza”…

Come vede il futuro del TGLFF?
Lo vorrei vedere già adesso almeno quello del prossimo anno, ma come dicevo, visti i tempi, per adesso siamo in attesa di scoprirlo…

E il suo?
Il mio spesso dipende dal festival, la mia vita è il festival, anche perché, come tanti, pur avendo 64 anni non posso ancora permettermi di andare in pensione, e sinceramente non è che mi interessi molto andarci… quindi mi tocca vedere un buon futuro per me e per il Festival…

 

E allora, lunga vita al TGLFF. Ci saremo anche nel 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(13 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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