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#Venezia72, la raffinata cinematografia di Atom Egoyan con “Remember”

Venezia 72 - 10 Atom Egoyandi Emilio Campanella

 

 

 

 

Zev (Christopher Plummer) è un uomo anziano ancora ben portante, ma vive in casa di riposo a causa della demenza senile da cui è affetto. Da pochi giorni è rimasto vedovo ed ha difficoltà a capacitarsene. Gli è vicino un sopravvisuto da Auschwitz come lui, Max ( il grintoso Martin Landau) fisicamente molto compromesso, non deambulante, ma ancora molto lucido. Si sono ritrovati, dopo molti anni, in quel luogo. Il progetto di Max è quello di mandare Zec alla ricerca del loro aguzzino, allo scopo di ucciderlo.

Ci sono quattro uomini che si nascondono dietro un nome fittizio (Rudy Kurlander), uno di loro è quello responsabile della loro tragedia, oltre che di migliaia di altre. Durante una celebrazione in memoria della moglie, Zev si dichiara stanco, si ritira, e nottetempo partirà. Il viaggio è organizzato nei minimi dettagli: un taxi lo attende, il treno è prenotato, all’arrivo qualcuno lo accoglie per accompagnarlo in albergo. Lui deve solo seguire le istruzioni scritte in una lettera che legge e rilegge per non commettere errori. Oltre a questo, Max gli telefona regolarmente per seguirlo, ascoltare i resoconti delle ricerche, consigliargli le successive mosse. Un uomo quasi novantenne “on the road” attraverso gli Stati Uniti, e fino al Canada.

Naturalmente grande preoccupazione per la scomparsa, ma, altrettanto grandi difficoltà nel rintracciarlo, siccome usa contanti, praticamente sempre, compra cose raramente, ha un tracciato prestabilito, e si muove molto velocemente, per un uomo della sua età, per cui l’inseguimento del figlio, angosciato, sembra vano, arrivando dove il padre già non c’è più, è ormai altrove. Peraltro Max usa le tecniche di ricerca e di indagne del Centro Wiesenthal: efficaci, rapide, di grande discrezione.

Zev arriva a casa del primo Rudy Kurlander(Bruno Ganz in un cameo di lusso), lo mette alle strette puntandogli la pistola che si è appena comperato, ma questi gli dimostra di non essere quello che lui cerca dato che, per quanto nostalgico, non era mai stato in un campo di concentramento, era, invece, in Africa con Rommel. Anche il secondo, morente in Canada, anche se era ad Auschwitz non era certo un aguzzino, essendo omosessuale, (lo palesa quando mostra il numero sul braccio); Zev scoppia in singhiozzi scusandosi ed abbracciandolo. Tornato negli Stati uniti arriva in un luogo desolato, sulla soglia di una casetta solitaria, abitata solo da un pastore tedesco furioso. Aspetta una giornata intera, quando poi arriva la polizia. Il poliziotto alla guida dell’auto è il figlio dell’uomo che Zev cerca, e che è morto alcuni mesi prima. Cortesie, conversazioni e bevute insieme visitando un vero museo del Nazismo, con ogni tipo di cimelio. Neanche il defunto, però, era mai stato in campo di concentramento, siccome era troppo giovane e faceva il cuoco nell’esercito.

Messo alle strette, Zev ammette di essere ebreo. L’altro, neonazista nell’animo, considerando una profanazione la sua presenza in casa del padre, gli aizza il cane che stramazza a terra con un guaito. Il poliziotto non fa a tempo ad impugnare la pistola, che due colpi a bruciapelo lo fermano definitivamente.

Max viene avvertito, ma il percorso continua fino ad una linda casetta nei boschi fatta di tronchi d’albero come nelle favole. Ci siamo, si pensa! Si, ci siamo, questa è la casa, questo è l’uomo… Forse.

Zev entrerà in casa come amico dell’anziano padre della donna che gli apre, come precedentemente; quando quello scenderà a pian terreno i due uomini avranno un confronto a quattr’occhi, in giardino, poi la situazione precipiterà mentre il figlio di Zev è finalmente riuscito a raggiungere il padre…

La chiusa della vicenda è imprevedibile e raccontarla rovinerebbe l’effetto. Un film pressoché perfetto, dalla tenuta ritmica ineccepibile, recitato magnificamente; per Plummer qualcuno ha parlato di Coppa Volpi, ed io sarei d’accordissimo, ma poi le giurie, si sa come son fatte.

L’interpretazione del protagonista, sottile, e per sottrazione, è in perfetto accordo con l’equilibrio del film, con la sua tenuta narrativa.

Sostenuto da un’ottima sceneggiatura, ha due importanti presenze di bambini, volute e motivate a livello narrativo. L’ambientazione è perfetta, certi esterni ed alcuni interni fanno giustamente pensare ad Hopper; le luci di scena sono sempre acccuratissime.

Assolutamente da non perdere quando uscirà nel 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(11 settembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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