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#Venezia72, parliamo di “Sangue del mio Sangue” di Marco Bellocchio che è sempre un maestro

Venezia 72 - 09 Marco Bellocchiodi Emilio Campanella

 

 

 

Ho visto il film qualche ora prima di scrivere questo pezzo ed appena terminato non sapevo realmente che cosa ne pensassi, pur essendone rimasto molto colpito, poi piano piano i materiali depositati sul fondo, calmatesi le acque, hanno reso la visione più chiara e gli “oggetti ” adagiati sul fondale sabbioso maggiormente visibili; più nitida la loro visione. Aldilà delle metafore da mare alto Adriatico, confesso che dopo la perplessità iniziale, questo film tripartito, apparentemente slegato, ma invece sfaccettato, pieno di specularità, rifrazioni, trasparenze mi ha molto colpito per le corde profonde che tocca.

Si torna alla saga di Bobbio in cui molti famigliari attori ed attori amici sono coinvolti. Una fosca vicenda secentesca di possessione diabolica e segregazione estrema di una povera ragazza. Una suora si direbbe (anche se l’episodio del taglio dei capelli per cercare il marchio di Satana, mi ha lasciato, dapprima, dubbioso) ed un processo per presunta stregoneria che si svolge nel chiuso del convento di S.Caterina od in luoghi solitari, per la prova dell’acqua, ad esempio. Amore e morte, amore e possessione, siamo a temi già molto frequentati dal regista.

Ci sono due sorelle, un po’ antenate delle zie (Alba Rohrwacher e Federica Fracassi), un soldataccio fascinoso e violento ovviamente (Pier Giorgio Bellocchio), e vederli in tre nel lettone risulta molto divertente. Non manca il feroce inquisitore (Fausto Russo Alesi); i nomi ritornano, le evocazioni e le identificazioni sono il perno della vicenda. Come all’inizio si sente bussare violentemente al portone del convento, ma siamo come previsto, all’epoca attuale, il complesso è un’ex prigione abbandonata ed in rovina. Un rappresentante dell’amministrazione pubblica accompagna un eventuale compratore russo. Il guardiano nicchia, reticente, non si sbilancia. Ai piani superiori dorme il Conte Basta (impagabili sempre, i nomi dei personaggi di Bellocchio), verremo a sapere che è soprannominato il vampiro, infatti ne ha le abitudini, e se va dal dentista di fiducia (Toni Bertorelli), è per curare un canino che il medico gli consiglia di salvare, e non di estirpare come vorrebbe. L’ironia con cui è costruito il personaggio e lo spirito sornione con cui lo interpreta Roberto Herlitzka, è uno dei meriti del film, che non ne ha pochi, ma sono meriti sottotraccia, svelati e negati.

Il collaboratore factotum del Conte scopre che il funzionario (Pier Giorgio Bellocchio) è un truffatore, ed in un incontro divertentissimo lo incastra e lo liquida con una “manciata di banconote”. Più o meno tutti i personaggi principali della vicenda antica tornano, ma non in ruoli necessariamente corrispondenti.

Come in un sogno fatto dal vampiro che intanto muove le fila della sua società segreta dell’immobilismo, con quell’aria da gruppetto di congiurati di stampo verdiano.

Da un secolo all’altro, la barbarie continua, con motivazioni diverse ed attualizzate volgarità. Ancora bussano al portone del convento, ed è l’arrivo del Cardinale Federigo Mai, siccome la povera reclusa è giunta allo stremo dopo una vita di stenti. Alla sua morte dopo essersi comunicata, il muro viene abbattuto, negli occhi del cardinale lei appare giovane, bellissima, nuda ed incede libera lasciando la stanza, mentre il prelato è stramazzato al suolo, proprio come il Conte Basta, morto, colpito da un raggio di sole (vampiro classico e rétro) inseguendo un sogno di bellezza muliebre.

Quanto divertimento, quanto gioco, peraltro serissimo, in questo mescolare abilmente e scaltramente le carte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(9 settembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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