Alla Festa del Cinema una “Whispering Star” un po’ troppo algida…

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di Alessandro Paesano    twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

 

È una piccola poesia che ho scritto sull’alterazione dei ricordi. Una preghiera per le persone di tutto il mondo le cui vite sono minacciate tutti i giorni. Ho ambientato il film in un futuro lontano. A causa di guerre e disastri gli esseri umani non sono più molti. Mentre i robot dotati di intelligenza artificiale dominano l’universo, gli umani vivono vite insulari in piccoli insediamenti sparsi per l’universo. Alcuni hanno dovuto lasciare le proprie terre, tutti hanno perso i ricordi. Un servizio di consegna gestito da robot porta agli umani la malinconia, attraverso cimeli del passato. La protagonista è uno di questi corrieri senza età. Fotografie, denti da latte, un ritratto fatto a mano… oggetti dei quali il robot non conosce il significato, ma che ugualmente ha il dovere di consegnare, magari impiegando anni, senza discuterne il senso. È un film sulla memoria. Evoca ricordi primitivi che si associano, a livello secondario, con i ricordi dell’11 marzo 2011, il giorno del cruciale disastro.

Sion Sono

 

TheWhisperingStar_sub3-©photo by OKAMOTO TAKESHIIl testo in esergo restituisce il sentimento costante che emana da ogni inquadratura del film, la percezione dilatata del tempo degli androidi immortali mentre gli esseri umani campano ancora solamente 100 anni (così male in arnese che ogni suono sopra i 30 decibel potrebbe essere loro fatale) eppure hanno il gusto di sprecare il tempo molto più di chi ne ha una quantità infinita a disposizione.
La fotografia in bianco e nero si fa ipnotica, anche le inquadrature immobili dell’incipit del film, mentre l’inesorabile scansione dei giorni sottolinea un passaggio del tempo che pare avere senso solamente per chi il film lo guarda non certo per la protagonista androide.

Si fosse trattato di un romanzo questo Hiso Hiso Boshi [Arsenico madre e figlio, t.l.] (Giappone, 2015) di Sion Sono, il cui titolo internazionale in inglese recita Whispering Star sarebbe stato senz’altro un capolavoro.

Purtroppo Sion Sono più che sviluppare l’impianto etico, filosofico ed esistenziale della storia da lui inventata preferisce gingillarsi con inutili dettagli scenografici sull’astronave (fatta di legno e cemento…) affittata dall’Androide (che usa batterie AA ma poi prende delle sostanze chimiche per endovena…) e dove ogni elemento tecnologico è relegato a un’era analogica (la tecnologia più moderna è un registratore a bobine, di quelle precedenti alle compact cassette) senza spiegarcene il motivo, o senza che il dettaglio diventi narrazione finendo con l’innervosire chi, fine conoscitore dell’universo fantascientifico, soffre nel vedere una presa anni ’60 a bordo di una astronave, e annoiare mortalmente chi invece vorrebbe ragionare sul genere umano e si ritrova a guardare passivamente l’opera un po’ vanagloriosa di un regista dalle grandi doti visive che non sa affatto pensare al pubblico, troppo incentrato sul proprio ombelico per preoccuparsi di verificare se il pubblico cui sta dopotutto proponendo il suo racconto è in grado di seguirlo o no.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(17 ottobre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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