Festa del Cinema di Roma: “The Confessions of Thomas Quick” ovvero tutto quello che un documentario non deve fare

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The Confessions of Thomas Quick 1di Alessandro Paesano    twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

The Confessions of Thomas Quick (Gran Bretagna 2015) di Brian Hill è un documentario che ruota intorno alla figura dello svedese Sture Bergwall, un paziente psichiatrico che alla fine degli anni 90 si attribuì alcuni delitti svedesi del ventennio precedente rimasti irrisolti che riguardavano la scomparsa di giovani ragazzi adolescenti o preadolescenti.

Confessioni ritrattate dopo aver raggiunto una notorietà mediatica nazionale e internazionale.
Il documentario impiega materiali d’epoca che ritraggono il vero Bergall (senza spiegare la fonte di quei superotto) assieme a ricostruzioni (usando un attore che lo interpreta da giovane) per mostrarne i primi suoi comportamenti delinquenziali, che lo porteranno al ricovero psichiatrico, tra i quali molestie, da adulto, a un bambino e il tentato omicidio di un ragazzo omosessuale coetaneo (al quale infierì 12 coltellate), anche questo ricostruito con attori.

Bergwall viene descritto come omosessuale e anche se non viene alluso nessun parallelismo tra la sua condizione e i suoi comportamenti criminali si lascia intendere che l’omosessualità sia stata una concausa per la forte pressione sociale negativa che l’omosessualità aveva negli anni 60, quando era considerata ancora una malattia mentale.

Il documentario però insinua che la vita di Bergwall solitaria e dedita al sesso compulsivo (e senza affetto) non dipenda alla sua personalità ma da un tratto ricorrente dell’omosessualità. Non è l’unico falso ideologico del documentario. Lo stesso trattamento viene dedicato anche alla psichiatria e alla psicoterapia il documentario arriva ad accusare  le terapeute che avevano in cura Bergwall di aver creduto alle sue confessioni per cercare fama e successo professionale. Chi fa queste considerazioni che sono poco più dei pettegolezzi da tabloid, sono giornaliste (sic!) ed esperti di criminologia quindi persone non competenti.

Un vero linciaggio morale, smaccato  e senza pudore, spinto fino all’estremo: Bergwall  avrebbe confessato i crimini mai commessi per poter usare tutte le droghe (sic) che voleva o mangiare una bistecca tutte le volte che la chiedeva.

Un film pessimo, che non può essere annoverato tra i documentari dei quali ha solamente la forma, ma non l’oggettività o il rigore: non basta presentare una persona che parla seduta a una scrivania con delle credenziali in sovraimpressione per dimostrarne la credibilità, lo ha stabilito chiaramente 30 anni fa Zelig di Woody Allen del quale The Confessions of Thomas Quick è una involontaria pessima imitazione.

Un reportage scandalistico che rimesta nel torbido per un’ora e trenta. Un incubo, un incidente di percorso nella rosa di titoli presentati alla Festa del Cinema, il peggior documentario cui abbiamo mai avuto la sfortuna di assistere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(19 ottobre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©gaiaitalia.com 2015 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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