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Bo Summer’s, scrivere come dio, “il mio problema continua ad assillarmi…”. La Pagina dello Zio Bo

Gerani Secchidi Bo Summer’s   twitter@fabiogalli61

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30.10.1982 come fosse oggi

 

 

 

 

 

Egregio Signore,

il mio problema continua ad assillarmi: sono al di sotto di me, lo so, ne soffro, ma vi acconsento per paura di morire completamente.

Queste poche righe, che sono dette molto male, rischiano di introdurre un temibile equivoco.

Ecco perché per riguardo al sentimento centrale che mi dettano le mie parole e alle immagini o ai modi forti nell’esprimermi che ho potuto trovare, malgrado tutto propongo quelle righe all’esistenza. Quei modi d’esprimemrmi, quei giri di frase, io li ho sentiti e accettati. Non li ho contestati. Provengono dalla profonda incertezza del mio pensiero. Ben contento quando quell’incertezza non è sostituita dall’inesistenza assoluta di cui talvolta soffro.

Anche qui temo l’equivoco. Vorrei che capisse che non si tratta di quella maggiore o minore esistenza che risulta da ciò che si è convenuto di chiamare ispirazione, ma di una assenza totale, di un vero sperdimento.

Quando parlo dei miei lavori, mi riferisco, per lo più, a un dispositivo altamente disorganizzato, a una scrittura tutta costruita intorno a deboli e irriconoscibili schemi.

Scrittura non in quanto espressione, ormai anacronistica, di un sapere, di un dire unitario i cui modelli di coerenza appaiono inevitabilmente riduttivi rispetto alla crescente complessità in cui consiste l'”anarchia dispersiva”. Un’anarchia, una molteplicità che non sembrano più lasciarsi ordinare nell’orozzonte unificante di un sistema meramente conoscitivo.

Il significato che attribuiamo alle parole si inscrive nella meccanica dell’automatismo. La realtà si semplifica in modo quasi brutale.

Nel mondo della precisione, sottoposto al dominio spietatto della legalità matematica, la complessità dell’esperienza viene ridotta al minimo, sino a toccare quasi il “grado zero”. È un’omogeneità, una normalità, una banalità, una logica di superficie al cui interno il nostro stesso io si trova collocato; esso assume la forma astratta di un’identità definitaper lo più dalla funzione di succube del ruolo o della forza del foglio scritto, riempito di segnali. Di gerani secchi. Dunque una scrittura il cui carattere fittizio, provvisorio e compromissorio salta agli occhi. Di qui l’esigenza di un mutamento, il bisogno di un’uscita e il conseguente tentativo che, a partire da una tale esigenza, viene talvolta a prodursi.

Nel caso delle connessioni qui stabilite, si può dunque circoscrivere e definire il luogo specifico al cui interno si afferma la forma reale del pensiero scritto. Sappiamo ora, infatti, che per cogliere l’effettivo prodursi di un simile potere non è indispensabile, in fondo, ispezionare l’universo dei massimi sistemi. Bisogna cercare là dove noi ssiamo, nello spazio abitabile e consueto della nostra esistenza, della nostra vita quotidiana.

E se il quotidiano si presentasse come l’effetto di una esperienza limite? (esperienza della non-esperienza, esperienza che non si produce più come un avvenimento vissuto, che non appare più come qualcosa di attivabile e assumibile: ai limiti estremi dell’utilizzabile). Esperienza impossibile del quotidiano o impossibilità dell’esperienza quitidiana.

V è una scrittura ordinaria organizzata, regolamentata, funzionalmente produttiva e tecnicamente efficace. Vi è, si può dire una dimensione diurna della scrittura, quella che abbiamo sinora considerato. Ma vi è anche, assieme a essa, una sorta di scrittura notturna inafferabile, indefinibile, sfuggente, insignificante. Qualcosa che non-è perché non è ancora una qualsiasi forma, determinabile e riconoscibile.

Una scrittura illegale, insomma. Non già la “scrittura media statisticamente constatabile (variando malamente Blanchot de L’infinito intrattenimento). E neppure ciò che può essere compreso nell’orizzonte di un qualsiasi dominio della parola sscritta, impersonale quanto si vuole ma pur sempre definito.

Ma allora si tratta, in questo mio caso, di una scrittura debole?

Mi sembra ora opportuno, sulla base di tale riflessione, riconsiderare quella nozione di scrittura di cui faccio problema in queste righe. Poiché vi è, nella scrittura, qualcosa che concerne, in modo essenziale, una simile dimensione di esperienza. Non s tratta più, però, della debolezza della scrittura nel suo rapporto col pensiero, è, invece, il segno di un indebolimento più radicale in quanto sotratto alla sfera del pensabile ecomunque estraneo ai suoi consueti strumenti di misura. Debolezza, potrei dire, di una parola che non si pensa, che non è coinvolta nel gioco della produzione prostituita di una senso. Nel volere, più, dire nulla. Abbandonare, cioè, il campo del dicibile, là dove la parola si mantiene nel luogo dell’intendere.

Potrei ancora dire, oltre alla debolezza della scrittura, vi è forse la debolezza della parola di una parola senzia pensiero. Parola che non significa, parola inutile e a suo modo eccessiva. Ma, d’altra parte, non è forse proprio il flusso indistinto della scrittura ciò che ci permette di ascoltare il suono, o il rumore, di una simile parola? Non è forse nella stessa eterna nullità e nel vuoto della chiacchiera che la parola eccede, almeno in parte, la sfera del voler dire?

Considerata secondo questa prospettiva, la chiacchiera non appare soltanto come il segno inautentico di quell’impersonale “si dice” analizzato da Heidegger in Essere e tempo. Se, ancora una volta, ci sappiamo collocare a una certa distanza dalla parola, se, cioè, sappiamo ascoltarla, possiamo forse percepire in essa qualcosa che inquieta e che turba. Non si tratta tanto del uo carattere, espressione di una superfcialità che può produrre, al più, disagio, irritazione o fastidio. Al contrario, ciò che turba o inqueta giunge forse anche ad affascinare.

È lo stupore di fronte all’enigma della banalità, l’autentico stupore per ciò che è totalmente insignificante. La parola di puro intrattenimento, la parola che non si trattiene più ma che va e viene, che fluisce e scorre, sottratta ad ogni consistenza , ad ogni rigidità, ad ogni blocco, questa parola lasciata e ri-lasciata (smarrita, perduta per sempre, abbandonata, trascurata, dimenticata, inutilizzabile), questa parola che si dice senza nulla avere detto, ci avvicina, assai più della parola pensante e semanticamente densa, a quello che è probabilmente l’autentico enigma del linguaggio. Essa, infatti, mostra come al fondo di ogni atto di parola vi sia qualcosa che precede l’intendere e il comprendere, il pensare e l conoscere, il capire e il sapere, il volere e il potere.

 

 

cordialmente, un saluto, a chi mi legge, non mi legge più, mai mi leggerà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(11 marzo 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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