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Bo Summer’s, Un coup de dés jamais n’abolirà le hasard

Dadi 00di Bo Summer’s  twitter@fabiogalli61

 

 

 

 

.. sì, sì, va bene. È Mallarmé.. c’è una necessaria contraddizione che devo dire. E parto da qui: il dovere di gettare il dado si lega al fatto, procurato dal gesto, di generare una vera e propria sensazione di asfissia. Esiste un totale spostamento che mantiene le proporzioni e i rapporti tra parte e parte e dentro ogni singola parte di una materia fisiologica pensante [la poesia]: pensante in quanto fisiologica, e viceversa, fisiologica in quanto pensante. Pensante, direi, in quanto pensante.

Pensare il mio male vuol dire pensare il mio male, una tautologia per dargli il corpo che lo libererebbe da me e che mi libererebbe. Raggiungere un peso specifico del pensiero. Certo, il Mondo non pesa davanti al pensiero ma se, nel movimento di liberazione totale dell’espressione, avviene un riassorbimento istantaneo di questo, ecco apparire la terrorifica, trasparente, vitrea bestia pensante. Il pensiero s’è tutto ritratto e il reale è come il guscio di cicala che contiene, in trasparenza, il pensiero che pesa di per sé, che ha tolto il peso al Mondo e l’ha reso non più immaginario [sarebbe immaginario se fosse imbevuto di pensiero libero] ma mostruosamente fittizio, un fragile recipiente di vetro.

Dove si tenta di spostare la proporzione, insomma di sproporzionarla verso una determinazione poetica, ecco che la poesia che ne esce è legata all’asfissia. La poesia strangola lontanamente la ragione stessa della propria esistenza materiale.

È la matera del Caos riflessivo che non può vivere senza depositarsi, senza aver lasciato la traccia della sua inesistenza. Ma proprio l’atto di depositarsi crea la condizione brutale data da una atemporalità emotiva. Questa atemporalità dell’emozione implica che l’idea divora la condizione che essa genera. L’impressione d’un’idea, d’un’immagine non nasce, in verità, dall’idealità assoluta della poesia, che si avverte al più come tale, cioè avverte la propria mancanza di concretezza e ancora, necessariamente, di sviluppo.

Insomma, questa espressione si riassorbe nella propria idealità di partenza, quasi che il flusso della poesia, non accolto nel tempo, non avendo facoltà distensiva, si potesse risolvere tutto nel nucleo centrale, di partenza, rifluendovi tempestosamente, provocandovi uno stato caotico, una precipitazione interna verso l’interno.

 

 

(3 maggio 2016)

 

 

 

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