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Presentato “la Pazza Gioia” di Paolo Virzì a Roma, la nostra Silvana Lagrotta c’era (la notizia è questa)

Paolo Virzì 00di Silvana Lagrotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo averci lasciato con i tipi umani abietti e frustrati de Il capitale umano, Paolo Virzì torna al cinema con altri due tipi di umanità altrettanto stereotipate e nazionalpopolari: le donne e i folli. La combo perfetta per una commedia che sembra ideale per l’altra metà del cielo, e delle platee.

Scritto con Francesca Archibugi, La Pazza Gioia, titolo ad hoc, è la storia di due donne “folli”, che portano i volti di Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, e che si ritrovano a fuggire insieme dalla comunità terapeutica che le ospita, “alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani” (cit.).

Così Paolo Virzì descrive il suo ultimo film durante la conferenza stampa al cinema Adriano di Roma, in attesa di volare verso i lidi francesi dove La Pazza Gioia aprirà la Quinzaine di Cannes, sezione ambitissima che quest’anno ospita un tris italiano: Virzì, Bellocchio, Giovannesi. E ci tiene il regista di “quella specie di ovo sodo che non va né in su né in giù”, a far sapere che l’invito a posticipare la release del film in Italia è giunta direttamente dalla kermesse con una lettera commovente. Addirittura.

Ma quando c’è un’anteprima mondiale, commovente o no, la conferenza stampa è sobria e abbottonata, manco a dirlo. Così, il pazzo e gioioso conciliabolo si è limitato a ripetere al microfono le risposte già trascritte e studiate per la stampa.

A ripetere e a ripetersi, loro, le due folli donne in fuga: una Micaela Ramazzotti svanita come i suoi personaggi e la Valeria Bruni Tedeschi, magistralmente naif, con i suoi racconti sul salottino della terapeuta dove, ormai, si sente a casa.

Perciò non si fa fatica a credere all’abile Virzì quando racconta ai presenti che l’idea del film gli è venuta d’emblée, guardando le due donne camminare insieme, per caso, mano nella mano, sul set de Il capitale umano, poco prima dell’ultimo ciak di Gifuni e Bentivoglio.

E lui, Virzì, confessa di aver subito subodorato un film al progesterone. Lui che non manca di confessare la sua passione per i personaggi femminili, “da Madame Bovary a Anna Karenina” nella letteratura, dice, e “da Pietrangeli, a Scola e Woody Allen… autori maschi che hanno raccontato vicende femminili”, nel cinema.

Ma se Bruni Tedeschi “ricordava Blanche Dubois di Kazan”, addirittura bis, a Francesca Archibugi è toccata una somiglianza schulziana: “la Lucy dei Peanuts, col suo banchetto che offre Psychiatric Help a 5 cent”.

“Volevamo che fosse una commedia, divertente ed umana, una storia che ad un certo punto non avesse paura perfino di tingersi di fiaba, o addirittura di trip psichedelico, ma che non fosse campata in aria”, dice la Archibugi che, insieme a Virzì, ha attraversato l’universo delle strutture cliniche d’Italia per scrivere il film. Lontana da quel “grande cocomero” che era tutta un’altra storia.

Sulla carta le premesse ci sono tutte, a sentirne parlare, non resta che aspettare la presentazione alla Quinzaine e l’uscita in sala il 17 maggio, per scoprire se saranno disattese o confermate. Se il film commuoverà anche noi, oppure no.

 

 

 

 

 

 

 

 

(10 maggio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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