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Festa del Cinema di Roma, “About Ray”: il territorio sconosciuto in cui le persone transgender navigano

festa-del-cinema-di-roma-2016-08-about-raydi Alessandro Paesano   twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

 

About Ray (t.l. A proposito di Ray) (Usa, 2015) di Gaby Dellal, regista britannica, che firma anche il soggetto  (film al quale dalla distribuzione italiana è stato dato un finto titolo semi inglese: 3 Generations una famiglia quasi perfetta) racconta di un ragazzo transgender minorenne che per iniziare la terapia T (testosterone) ha bisogno del consenso scritto di entrambi i genitori. Quello della madre con la quale vive (nell’appartamento sopra quello di sua nonna, che vive da 30 anni con la donna che ama) e quello di suo padre che non vede da quando aveva 5 anni.

Il film segue da un lato la speranza di Ray di essere riassegnato a quel sesso  cui sente di appartenere, dall’altra i dubbi di sua madre e di sua nonna e, presto, anche quelli del padre, consapevoli che, iniziando Ray una terapia ormonale così giovane, rischia di diventare sterile anche senza riassegnazione chirurgica del sesso.

Ray vive la sua riassegnazione di sesso  come lo strumento perfetto per ottenere quella normalità che sente di non avere mai avuto. Una parola, normalità, che fa orrore alla nonna (per la quale sarebbe più semplice per Ray, al quale piacciono le ragazze, vivere la sua vita da lesbica) che spiega a Ray come ai suoi tempi la parola ideale fosse piuttosto autenticità.
Il fatto è che Ray si sente autentico in quanto ragazzo.
Purtroppo il film distrae il suo pubblico coi trascorsi familiari della madre di Ray, il cui padre non ha mai sposato e che, scopriremo insieme a Ray, la donna ha tradito con il fratello, per cui è lo zio il vero genitore biologico del ragazzo…
Troppa carne al fuoco per affrontare in maniera serena il fenomeno del trattamento precoce dei casi di disforia di genere (come viene definita nel film)  che negli States colpisce famiglie molto più tradizionali di quella in cui vive Ray, senza nonne lesbiche e zii paterni che sono in realtà i veri padri.
Se a questo aggiungiamo il fatto che la nonna lesbica è interpretata da Susan Sarandon e la madre fedifraga da Naomi Watson si capisce come il personaggio di Ray sia offuscato e messo continuamente tra parentesi, nel film e dal film.
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Eppure l’argomento vale bene un film, di altro respiro magari.

Sono troppe le domande che About Ray non si fa, troppi i punti cruciali del percorso di una persona transgender che il film non è capace di affrontare perché non li vede.

Le cose che Ray fa da ragazzo, non indossare vestiti (dresses), fare pesi e sviluppare i muscoli, andare in skateboard,  corteggiare le ragazze, sono cose che potrebbe benissimo fare anche da ragazza.
Il film si limita a mostrarci questi suo comportamenti senza dircene il perché.
Che vuol dire che Ray si sente ragazzo?

Vuol dire, per esempio, che Ray vorrebbe sedurre le ragazze da maschio e non da femmina, che vorrebbe piacere alle ragazze in quanto ragazzo  e non come ragazza.

Questo il film lo mostra ma non ci si sofferma, non lo sottolinea affatto  e preferisce concentrarsi sul pene che Ray non ha, (e del quale non sembra ancora preoccuparsi). Pene del quale sua madre chiede cosa si prova ad averlo (sic!) a un ragazzo col quale ha un flirt…

Membro maschile che ritorna nei commenti maschili(sti) dei ragazzi a scuola, cui Ray con sua somma gioia è reso partecipe, nei quali si dice di una ragazza che le piacciono solo quelli grossi
Ray per (di)mostrare la sua appartenenza al genere maschile è costretto a iperbolizzare i cliché della maschilità: si taglia i capelli corti (e dunque un ragazzo coi capelli lunghi sarebbe meno ragazzo?), indossa abiti poco colorati (dunque un vestiario dai colori vivaci rende un ragazzo meno maschio?) adotta un linguaggio del corpo smaccatamente rude, seduto sta sempre con le gambe aperte nell’esagerazione di un gesto che i maschi fanno sia per motivi anatomici, se serri troppo le gambe ti strizzi pene e testicoli, sia per educazione ricevuta: alle ragazze insegnano che tenere le gambe larghe è sconvenente, ai ragazzi no.

Il film ci mostra queste situazioni senza accorgersi delle implicazioni che se ne possono trarre.
Esemplare la scena, ripetuta più volte, che ci mostra le ascelle di Ray non depilate (e dunque anche quelle dell’attrice Elle Fanning che lo interpreta) che per il pubblico statunitense devono costituire uno shock culturale visto che l’ascella femminile va sempre depilata.
Ma basta un’ascella non depilata a rendere Ray maschio ?

 

C’è un’altra scena che il film si lascia sfuggire non cogliendone il senso più profondo il cui portato, a saperlo vedere, fa vacillare l’intera costruzione culturale dei ruoli di genere e mostra quanto il percorso che le persone transgender devono affrontare ogni volta che intraprendono il loro cammino verso il genere di elezione sia faticoso, privo di strumenti culturali adatti e sempre un po’ senza mappa, alla cieca.

Ray viene bullizzato da un compagno di scuola che lo chiama frocetto (quanto quell’insulto omofobo ma inequivocabilmente destinato a un ragazzo sia per Ray motivo di dolore e quanto di gioia per il riconoscimento maschile non ci è dato sapere). Quando decide di reagire il ragazzo lo picchia e Ray risponde alla violenza con la stessa violenza. Ray torna a casa con un occhio nero e subito madre, nonna e compagna della nonna (Avremmo potuto sposarci, dice in un’altra scena, ma noi siamo fatte all’antica) si peritano a mettere qualcosa di freddo sul livido. Le tre donne non si preoccupano che loro nipote Ray, biologicamente donna, sia stata picchiata da un ragazzo.

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Ma quale significato diamo nella vita reale a quel livido sullo zigomo ?
Se Ray fosse un ragazzo biologico quell’occhio nero sarebbe un trofeo della sua virilità acerba, una medaglia alle prime scazzottate tra maschi.
Per quanto conseguenze di un atto cruento l’occhio nero viene considerato una conseguenza accettabile e normale nel comportamento tra giovani maschi.

 

Se però pensiamo a Ray come a una ragazza (e Ray, dopotutto, è una ragazza biologica) quell’occhio nero cambia completamente di significato.

Su di una ragazza quell’occhio nero diventa il segno di una violenza subita.

È una violenza subita perché quel pungo glielo ha dato un maschio?
Forse.
Ma quell’occhio nero rimane segno di una violenza anche se ad averglielo dato è stata un’altra ragazza.

L’occhio nero si addice sul viso di un maschio come a lui si addicono vestiti sporchi e stracciati.
Su di una una ragazza l’occhio nero non si addice e il segno di umiliazione non è tanto quello della violenza fisica subita (non è lo stesso anche per il ragazzo?) quanto quello del mancato rispetto del suo essere ragazza.
Un ragazzo lo si può picchiare, una ragazza no in base a un codice comportamentale che le esclude dalla possibilità di indossare un occhio nero come una medaglia. Perché una ragazza non fa a botte lei è delicata e remissiva.

La cornice di senso in cui agiamo e diamo significato alle cose  dà al livido lasciato da un pugno un significato opposto a seconda che quel livido sia sul viso di un ragazzo o su quello di una ragazza.

Nella retorica dei generi del nostro immaginario collettivo main stream sessista ed eteronormato una ragazza non la si tocca nemmeno con un fiore.
Se qualcuno la picchia è perché non le si riconosce lo status di ragazza.
Questa retorica continua ad mantenere il suo significato anche se nel mondo reale le donne sono picchiate e uccise continuamente per mano dei loro mariti fidanzati spasimanti.

E forse il fatto che una donna picchiata nel quadro sessista e patriarcale che stiamo analizzando è umiliata perché non le è stato riconosciuto lo status di intoccabile ecco aggiungersi un motivo ai tanti per i quali una donna picchiata in famiglia non denuncia chi la picchia anzi nasconde i segni delle violenze subite: se mi picchia e perché non sono abbastanza donna da inibire nel mio picchiatore quella violenza che l’immaginario collettivo, le regole non dette, dovrebbe impedirgli di fare.

 

Eccolo il territorio sconosciuto in cui le persone transgender navigano a vista.

 

Forse, e sottolineiamo forse, Ramona sente di non poter aderire alla retorica che, in quando ragazza, la vede fragile se viene picchiata, o poco femminile se invece di avere un corpo sinuoso si fa crescere i muscoli, e invece di combattere lo stereotipo di genere che la attanaglia trova più agevole sfuggirvi completamente attingendo alla normalità dell’unico genere cui ciò è permesso e dice di sentirsi maschio.

Dice a se stessa se non riesco a rimanere nei confini del mio ruolo di genere allora vuoll dire che io a quel genere non appartengo: io non sono Ramona io sono Ray.
Però poi siccome il genere è incarnato in un corpo biologico ecco che per modificare il genere si modifica anche il sesso biologico…

 

Nei secoli passati per sfuggire al ruolo di genere di femmine per il maschio le donne potevano sottrarsi al sesso e diventare suore o o gestire il sesso e diventare cortigiane.
Oggi per sottrarsi agli stereotipi di genere possono anche diventare maschi.
Senza mai mettere in discussione davvero quei ruoli di genere dai quali cercano di sfuggire con ogni fibra del loro essere.

 

Diciamo questo con tutto il rispetto per il diritto di autodeterminazione di ogni persona transgender.

 

A proposito di iperboli.

 

Altrettanto esagerate appaiono l’acconciatura e il modo di vestire di Elle Fanning alla prémiere del film al Toronto International Film Festival: capelli biondi (colorati, le sopracciglia non mentono) e lunghi, vestito nero che finisce con un tessuto bianco e vaporoso, dalla scollatura vertiginosa, fin quasi all’ombelico, come a voler dimostrare che il maschiaccio è solo il ruolo di un film mentre nella vita reale Elle è un gran pezzo di femmina e le ascelle se le depila.
Non è mai così facile liberarsi dagli stereotipi di genere.

Ma di questo About Ray non si accorge nemmeno un po’.

 

 

 

 

 

(17 ottobre 2016)

 

 

 

 

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