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“Snowden” pletorico e innocuo, molto meglio il messicano “7.19”

Sachadi Alessandro Paesano   twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

 

Anche il grande Oliver Stone è ostaggio dell’immaginario collettivo che riduce tutto al privato borghese e per raccontare la storia di Ed Snowden, l’informatico statunitense famoso per aver rivelato tramite stampa i programmi di controllo globale sulla cittadinanza dei governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, non sa fare di meglio che dirigere un film nel quale la storia è fatta dai rapporti personali tra la giovane recluta Snowden  e i suoi vari mentori, da una parte, e la sua storia d’amore con la sua fidanzata dall’altra.

Snowden (Usa, 2016)  nelle sue interminabili , ripetitive e inutili 2 ore e 15 minuti di film per dedicarsi al privato di Snowden che distrae dalle implicazioni geopolitiche internazionali che ci vengono presentate con una a retorica complottista à la  X files.

Stone, che firma la sceneggiatura insieme a Kieran Fitzgerald, ha preso a piene mani dai due libri di Luke Harding (The Snowden Files) e Anatoly Kucherena (Time of the Octopus) compilando un regesto di luoghi comuni borghesi sulla carriera le aspirazioni politiche e la gestione della cosa pubblica del governo degli Stati Uniti facendo di una questione Strutturale delle Istituzioni dei paesi a capitalismo avanzato una questione di singole persone, di gestione personalistica della cosa pubblica.

Il film non si distingue nemmeno cinematograficamente ignorando tanto la tradizione statunitense off Hollywood dei film di denuncia degli anni 70 sia la nuova produzione di film di denuncia giornalistica che di recente hanno popolato le nostre sale.Sacha

Snowden  finisce per rassicurare l’opinione pubblica che tutto è sotto controllo e che la democrazia e la legalità non sono mai state davvero messe a rischio, tramite un racconto mainstream che riesce a disinnescare ogni contenuto sovversivo dell’argomento trattato.

 

Che un altro tipo di cinema è possibile (auspicabile) lo dimostra 7.19 (Messico, 2016) di Jorge Michel Grau, film a basso budget (almeno in confronto a Snowden) che racconta, dal punto di vista di alcune vittime, il terribile terremoto a Città del Messico del 1985 nel quale sono morte più di 3mila persone. Sotto le macerie di un palazzo governativo di sette piani si ritrovano un vecchio usciere un dirigente, una donna delle pulizie e un fattorino, tutti sotto lo stesso tetto crollato il cui confronto trasfigura da quello umano nel momento della necessità a quello dei rapporti interpresonali mediati dai codici delle classi sociali, e dunque politico, con un finale tutt’altro che consolatorio.

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Un film capace di usare i tipi sociologici non per  confermare quel che il pubblico sa o crede di sapere come fa Stone con Snowden ma per riflettere sulla maniera in cui lasciamo che una classe sociale spadroneggi sulle altre.

Molto più eversivo di Snowden, il film, che non sa nemmeno sottolienare con la necessaria indignazione politica che l’informatico, a causa della sete di vendetta del governo degli Stati Uniti è costretto ancora oggi a vivere in Russia.

Se è possibile fare un film nel quale si può raccontare candidamente l’ingiustizia delle persecuzioni di un governo contro un suo cittadino senza che quel film richieda che a quel cittadino vengano restituiti i diritti umani, ma accettando candidamente (reazionariamente?)  lo status quo allora significa che il sistema politico americano è molto più corrotto di quando Snowden abbia denunciato.
Quello di Stone lungi dall’essere un film di denuncia è un mero prodotto di intrattenimento  e ‘l modo ancor m’offende.

 

 

 

 

 

(21 ottobre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

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