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L’Archeologia subacquea di Damien Hirst: l’Arte vista da Emilio Campanella

di Emilio Campanella

 

 

 

 

 

La Fondation Pinault ospiterà fino al 1° dicembre (dopo l’inaugurazione del 9 aprile), il faraonico progetto di Damien Hirst: Treasures from the Wrek of the Umbelievable Damien Hirst, negli spazi della Punta della Dogana ed a Palazzo Grassi a Venezia. Progetto caldeggiato dal collezionista da lungo tempo legato all’artista, il quale può, per primo, avere i cinquemila metri quadri di spazi della fondazione a propria disposizione. E’ sempre interessante una mostra personale, e quando come in questo caso si tratta di un progetto unico costruito man mano, per anni su un mito, l’interesse per l’intelligenza dell’operazione è indubbio.

Premetto che sto parlando di un’artista che non ho mai amato, ma che questa volta è riuscito a sorprendermi con un’idea inaspettata, e non sono il solo ad esserne rimasto colpito, ma anche positivamente per l’abilità, la furbizia, certo – che in Hirst non manca mai – ma anche per l’abilità e la cultura che stanno dietro all’idea. Molti nomi vengono citati per il gioco di riferimenti fra antico e moderno, falso antico, copia, citazione: Coleridge, come Ovidio, Orson Welles come Shakespeare e Borges. Bene: Per parte mia ho i miei miti ed i miei riferimenti, e vedendo una mostra che ricostruisce il presunto naufragio, di una supposta nave carica di tesori, che un liberto ricco sfondato  stava trasportando per allestire ed arricchire un tempio solare in oriente, penso ad un falso antico che amo molto: Le Argonautiche di Apollonio Rodio, storia mitica di un viaggio, che completa di un tassello mancante i Poemi Ciclici pre-omerici, scritto dal tutore di Tolomeeo III Evergete  e “conservatore” si direbbe oggi, della Biblioteca di Alessandria, coltissima opera ellenistica di un greco egiziano che reinventa un poema di molti secoli prima. La nave dei tesori, mi fa, poi, pensare a quella del feroce Lica del Fellini Satiricon, che razziava opere preziose da portare all’imperatore.

 

Ora, a Venezia, città d’acqua, di mare, di marinerie, di pirati, e di saccheggi compiuti  per impreziosire la Serenissima di splendori d’oriente, si finge una mostra archeologica di ritrovamenti sottomarini. Con documentazioni fotografiche molto abilmente realizzate, esponendo opere gigantesche ed anche minime, paccottiglia e preziosismi ricercatissimi, miti di oggi e di ieri; tutto l’immaginario archeologico anche del nuovo mondo, senza escludere alcuna suggestione anche fra sogno ed incubo, in un’operazione molto colta e molto sapientemente baraccona. Se ci si lascia andare al gioco intellettuale ed anche sornione di Hirts, e consiglio di farlo, il piacere sarà assoluto, basta non approfondire troppo, un po’ sì, ma non troppo, mi raccomando!

Ci si può beare del lavoro certosino di creazione di falsi reperti rimasti, apparentemente, secoli sotto il mare, dei materiali anche preziosizzimi, un vero invito a nozze per chi ami l’archeologia e sappia giocare con i gadgets falso antichi ed il loro divertimento. Aggiungo un’ultima suggestione mutuata da Edgar Reisz e ad Heimat Tre con il museo segreto di Ernst, l’avventuriero della famiglia Simon.

 

Tornando a Palazzo Grassi ed al colosso che occupa, torreggiando, la corte del palazzo: lo si può vedere dalla terrazza del terzo piano dove sembra quasi ancora più gigantesco… In una grande sala dello stesso piano, il modello ricostruito della nave perduta con il suo carico, gli ospiti a banchetto sottocoperta, i marinai, la grande vela spiegata… Un elegante omaggio alla storica mostra dedicata in questo palazzo, ai Fenici, in anni, ormai molto lontani… Alle pareti, bellissimi disegni “all’antica” che qualche linguaccia dubita possano essere di chi li firma.

Molto bello e giustamente faraonico anche il catalogo edito da Marsilio Venezia, con Other Criteria, Londra, in tre edizioni: Italiano, Francese, Inglese.

 




 

 

(8 aprile 2017)

 

 

 

 

 

 

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