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mercoledì, Maggio 25, 2022

Alessio Creatura, un cantautore fuori dal coro come lo fu Piero Ciampi. Nostra intervista

di Giuseppe Sciarra

Alessio Creatura ci ha conquistato per la sua disarmante sincerità e le sue riflessioni sulla figura dell’artista in Italia – oltre che per la sua musica un mix di pop d’autore italiano e rock graffiante che vi conquisterà. Le sue sono considerazioni amare, toccanti di una voce fuori dal coro, lontana dai facili compromessi del music business Alessio è un cantautore genuino, viscerale, che non vuole asservire un certo sistema pur di perseverare la sua musica e mantenere salda la sua dignità e onestà artistica. Un esempio per tutti quei cantautori che non si sentono degli showman ma che vogliono essere visti solo per ciò che sanno fare meglio: cantare e suonare musica emozionandoci.

L’intervista.

Perché abbiamo ancora questo mito della musica anglosassone come il solo faro da seguire e continuiamo a svalutare sempre i nostri artisti, nonostante la classifica Fimi da molti anni, rispetto al passato, trovi nelle sue posizioni più cantanti e gruppi italiani che stranieri?
Siamo sempre stati un popolo esterofilo, personalmente la musica anglosassone ha fatto presa su di me soprattutto durante il periodo adolescenziale. Grazie a dio, però, in casa ho avuto mio padre che ha ascoltato della gran musica italiana, contribuendo a farmela amare. Credo che ad alimentare il mito della musica straniera anglosassone siano stati la radio ed il cinema. Nonostante ciò, siamo anche un popolo che ricerca dei significati attraverso i testi delle canzoni, abbiamo bisogno di capire cosa l’artista vuole comunicarci oltre l’aspetto puramente melodico. E’ importante che la canzone ci coinvolga totalmente. Nonostante la nostra esterofilia sentiamo la necessità di tornare a casa.. alla nostra lingua. Capita spesso invece che canzoni di artisti italiani trovino arrangiamenti vicini alle sonorità straniere, ad un sound internazionale, ed è anche il suo bello creare un sincretismo musicale mantenendo comunque la propria identità culturale e linguistica.



C’è un tuo pezzo, “In tv il nuovo carcere”, in cui parli dell’aspetto inquietante dei reality show attraverso un sound che mi ha ricordato i migliori Franz Ferdinand. Appena l’ho ascoltata mi sono detto, “Questa canzone è una hit”. Essendo i reality ancora in voga, credi che questo possa aver precluso al pezzo di avere più consensi di quelli che ha avuto? Puntare il dito contro la tv generalista è ancora rischioso per un artista?
Ti ringrazio per averla definita una hit, sono lusingato. Beh, in minima parte, attaccare e denunciare le tv generalista, potrebbe essere ancora tutt’oggi rischioso per un artista, ma ripeto solo in minima parte semplicemente perché i consensi oggi arrivano soprattutto da un’efficace promozione, questo vuol dire comprare followers, sponsorizzare su Facebook, visualizzazioni false su Youtube, piazzamenti in concorsi canori ed in classifiche e tirar fuori fior fior di quattrini per dei miseri passaggi radio e a volte ridicole apparizioni in tv magari locali e di basso profilo. Il consenso oggi è fittizio, il successo è aleatorio… Prliamo di fumo e non di arrosto. Parliamo di soldi non di talento, parliamo di subcultura non di cultura. Il problema oggi è che non si ascolta, si appare. Ho scelto di non scendere a compromessi, di non mettere mano al portafoglio se non per produrre buona musica. Tutto il resto è fuffa. Per esempio il consenso è aver la possibilità di fare un’intervista come questa, perché chi me l’ha proposta ha ascoltato seriamente la mia musica.

Nella bellissima, “Ho bisogno di un favore” si avverte una presa di coscienza non solo individuale ma direi collettiva di cui tu ti fai portavoce. L’essere costretti in casa, il tenere in sospeso la propria vita lavorativa, sociale e affettiva ha cambiato tutti nel bene e nel male, la sensazione che molti avvertono è che stia nascendo un nuovo mondo. Che nuovo mondo scorgi fuori dalla tua finestra? Riscontri dei venti diversi per quanto riguarda il mondo della musica?
Non ti nascondo che sto affrontando uno dei momenti più difficili della mia vita, del mio processo artistico ed umano. In questa canzone ho messo in piazza le mie fragilità, le mie insicurezze e debolezze, ma anche la voglia di stare bene, di “rivivermi”. Siamo cambiati certo, per quanto mi riguarda mi piace pensare che il dolore può servire a trovare nuovi stimoli, quasi come un passaggio obbligato da fare, una sorta di evoluzione spirituale interiore, un passaggio del fuoco per esorcizzare tutto ciò che ci ha fatto male e che potrebbe tornare a farcelo. Per cui dalla mia finestra scorgo un mondo più consapevole. Ciò non vuol dire migliore, semplicemente più consapevole ed è già molto, credimi. Per quanto riguarda la musica invece, credo che anch’essa arriverà ad una più piena consapevolezza o forse tornerà alla consapevolezza di un recente passato.

“Al terzo cognac ho tolto il frac”, pronunci un verso della canzone che mi ha molto colpito, “Questo son io sono un maledetto”, non so perché ma mi ha fatto venire in mente un grande cantautore Piero Ciampi che spesso parlava della sua dipendenza dall’alcool e delle sue problematiche personali, ma anche a Gianlunca Grignani recentemente deriso al festival di San Remo. Credi che la spettacolarizzazione del dolore attuata da molta cattiva televisione abbia portato le persone ad approcciarsi a settori dell’arte come il cinema e la musica in un modo sbagliato in cui il dolore e i problemi delle persone non vengono più presi sul serio?
Ne sono assolutamente convinto. Viviamo in un’epoca bizzarra, indifferente, ricca di solitudine e vuoti interiori. I media hanno barattato i dolori ed i drammi delle persone con un freddo e spietato business. Sono e siamo arrivati a spettacolarizzare con impudicizia le nostre più intime miserie umane, ogni singolo aspetto della nostra vita. La più cinica indifferenza ci dorme accanto, la stiamo destando. Niente più ci sorprende, sconvolge e “smuove”. Hai citato Piero Ciampi, amo questo cantautore. Una delle sue canzoni che più preferisco è “Ha tutte le carte in regola (per essere un artista)”. Mi commuovo ad ogni ascolto.

In, “Dentro il rock’n’roll” fai dei confronti molto affascinanti tra politica e rock’n’roll. Il rock secondo te è ancora rivoluzionario? Può supportare le battaglie civili del futuro?
Tutto ciò che disobbedisce all’ingiustizia, agli abusi di potere, agli interessi, allo sfruttamento della povertà è rivoluzionario. Tutto ciò che provoca le coscienze è rivoluzionario ed il rock non è solo sonorità e canzonette ma uno stato mentale, è un’attitudine. Esso ha supportato le battaglie del passato e continuerà a supportare quelle future al di là delle classifiche e delle vendite. Vedi, il rock è una persona che si oppone, che si ribella, che non ci sta e ostenta libertà.

Immagino sia in preparazione una nuova tournéeper presentare i pezzi del tuo ultimo album al grande pubblico. Tra gli spazi in cui presenterai le tue canzoni, credi che ci possano essere anche i teatri? Ti chiedo questo non solo per il tuo trascorso da attore ma anche perché in certi tuoi pezzi avverto una forma di teatro canzone declinata in salsa rock che ammicca alle confessioni sincere e disarmanti del migliore Vasco Rossi e il teatro sarebbe perfetto come spazio per presentarle e creare quella giusta intimità col pubblico
Sai, ho sempre pensato di potermi esibire nei teatri. Il teatro tira fuori il lato più intimo dell’artista, le sfumature più nascoste dell’animo creativo. Il teatro è un rifugio che volge lo sguardo al passato, suggerisce un presente e recita un futuro. Credo sia il luogo più adatto ad una scarnificazione delle canzoni ove puoi permetterti di dialogare con il pubblico attraverso una semplice chitarra ed una voce, niente più. Chissà magari riuscirò nell’intento, ad ogni modo oggi torna difficile potersi esibire presentando musica inedita se non si fa già parte di un jet set che implica un discreto successo ed una stimata notorietà. Cerco di difendermi come posso per affermare con tenacia e coerenza la mia musica attraverso i live, spesso suono nelle piazze, in piccoli locali, festival o in tv. C’è inoltre da dire che mantenere una band richiede sacrifici ed un impiego di tante energie. Non ti nascondo che oggigiorno il più delle volte per motivi di budget sono io ad accompagnarmi alla chitarra e a condurre da solo un intero concerto.

Essere un artista sincero che si mette in gioco così tanto a livello personale, senza il timore di nascondere anche gli aspetti meno rosei della propria vita personale in Italia oggi quanto paga?
A questa domanda non saprei rispondere. Abbiamo perso così tanti valori per strada e forse la sincerità non viene più apprezzata., si preferisce usare maschere, apparire per ciò che non si è perchè è opportuno, forse inevitabile per non essere feriti, colpiti. Siamo guardinghi, indossiamo corazze, siamo sempre in allerta. Siamo arrivati a non credere più alla sincerità. Se quando l’interesse si dimostra sincero nei nostri confronti nutriamo subito dei dubbi a riguardo, ci chiediamo dov’è il trucco, dov’è la fregatura. Per cui oggi ancor più di ieri le persone sincere vengono fraintese e così purtroppo anche il “sincero” artista.

 

(5 marzo 2022)

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