di Fabio Galli
“Leigh su un divano verde” di Lucian Freud è senza dubbio una delle opere più emblematiche e potenti dell’artista britannico, che riflette la sua abilità unica nel trattare la complessità psicologica e fisica dei suoi soggetti. Non si tratta solo di un ritratto di una figura singolare, ma di un’opera che esplora le profondità dell’identità e della corporeità umana, intrecciando la visione intima del corpo con la lotta per l’autoconsapevolezza e la libertà di espressione. Il soggetto di questo dipinto, Leigh Bowery, non è solo una figura centrale nel mondo della performance e dell’arte underground, ma rappresenta anche un simbolo di trasgressione e sperimentazione, tanto estetica quanto esistenziale. La sua relazione con Freud, quindi, non si limita a quella tra un modello e un pittore, ma diventa una connessione profonda, quasi filosofica, in cui la pittura diventa il mezzo attraverso il quale l’artista esplora la psiche del suo soggetto.
Leigh Bowery, conosciuto per la sua abilità nel fondere la performance artistica con la trasgressione della norma estetica, era un personaggio che sfidava continuamente le convenzioni visive e sociali, un corpo che parlava al di là della carne, un corpo che diventava simbolo di una ribellione alle aspettative del mondo. Con il suo stile eccentrico e le sue trasformazioni corporee, Bowery non solo sfidava la bellezza tradizionale, ma la ridefiniva, dimostrando che la bellezza può essere trovata anche nel difetto, nella deformazione, nel fuori-norma. Freud, quindi, non solo si confronta con un corpo fisico straordinario, ma con una personalità che è, essa stessa, una sfida a ogni definizione. Questo ritratto non è solo una resa fisica del soggetto, ma una riflessione sulla propria identità, sulla fragilità della condizione umana, sulla solitudine che accompagna ogni individuo e sulla tensione costante tra l’immagine che mostriamo agli altri e quella che ci portiamo dentro.
Nel dipinto, Leigh Bowery è rappresentato in una posizione rilassata, disteso su un divano verde. A prima vista, potrebbe sembrare una scena di riposo, ma la tranquillità della sua postura è ingannevole. Freud, attraverso il suo stile realistico, non cerca di trasmettere un’idea di serenità, ma piuttosto un’idea di tensione interiore, di una lotta costante tra il corpo e la psiche. Il divano, che in altre circostanze potrebbe essere associato a un luogo di conforto e accoglienza, in questo caso sembra invece essere un elemento alienante, come se stesse imprigionando il corpo di Bowery in un mondo che non è il suo. La luce che illumina il corpo del modello non è dolce né lusinghiera, ma fredda, cruda, illuminando ogni dettaglio della sua pelle, dei suoi muscoli, delle sue pieghe. Non c’è ricerca di bellezza ideale o di perfezione nel trattamento della pelle, ma piuttosto un’attenzione chirurgica ai segni della vita, alla carne che si deforma e che racconta una storia di esperienze, sofferenze e trasformazioni. La pelle di Bowery diventa il palcoscenico su cui Freud scrive la sua narrazione psicologica, dove ogni segno, ogni imperfezione è parte di una storia che va oltre il semplice aspetto fisico.
La resa anatomica, tipica della pittura di Freud, non si limita a una riproduzione fedele della realtà, ma diventa un atto di esplorazione, una ricerca della verità che si nasconde dietro la superficie. Ogni dettaglio del corpo di Bowery, dalle sue vene che pulsano sotto la pelle alla forma dei suoi muscoli tesi, è reso in modo quasi iperrealista. Freud non vuole che il corpo sia solo un oggetto estetico da osservare passivamente, ma lo dipinge come un’entità viva, che respira, che comunica, che emana una tensione interiore che si rivela a chi ha la pazienza di guardare. La carne, infatti, non è solo un involucro fisico, ma diventa il veicolo per esprimere un’idea più profonda, un’esperienza psicologica che si intreccia con quella corporea. Freud, attraverso la sua tecnica straordinaria, rende visibile il conflitto tra corpo e anima, tra apparenza e realtà, creando una sorta di mappa dell’anima umana che non può essere letta senza passare attraverso la carne.
Il divano verde, che potrebbe sembrare un semplice elemento di arredamento, diventa invece un simbolo di una realtà alienante, di una solitudine che non può essere evitata. Il verde, un colore che in altri contesti può evocare sensazioni di freschezza o calma, qui diventa una tonalità straniante, come se stesse pervadendo l’ambiente e rendendo il soggetto ancora più isolato. La superficie morbida del divano, in questo senso, non accoglie, ma sembra quasi respingere il corpo di Bowery, un contrasto che accentua l’inquietudine sottostante. Il dipinto ci invita a guardare oltre la superficie, a scoprire la verità che si cela dietro la postura, gli occhi e la pelle del soggetto. Freud non è interessato a esprimere un’idea di bellezza rassicurante o confortante, ma a rivelare la vulnerabilità dell’individuo, la sua complessità e la sua lotta per esistere in un mondo che spesso non accetta la diversità.
Freud utilizza la luce come uno strumento per mettere in evidenza la carne, ma anche per svelare la psiche del soggetto. La luce che illumina il corpo di Bowery non ha l’intento di valorizzarlo in modo lusinghiero, ma di far emergere una verità più profonda e inquietante. Ogni riflesso sulla pelle, ogni ombra che si crea sulla carne diventa un segno, un indizio della psiche, una traccia della storia che il corpo ha vissuto. Freud sembra voler penetrare nell’intimità del suo modello, non solo attraverso l’esterno, ma cercando di entrare nel cuore stesso della sua esistenza, nei suoi desideri, nelle sue paure, nei suoi conflitti interiori. In questo senso, “Leigh su un divano verde” diventa una riflessione profonda sul corpo come luogo di resistenza, ma anche di resa, sul corpo come luogo in cui l’individuo si svela senza filtri.
Nel dipinto, la distensione di Bowery sul divano non è solo una posa fisica, ma anche una metafora della vulnerabilità umana, della condizione esistenziale di chi è costantemente in bilico tra il desiderio di mostrarsi e quello di nascondersi. Bowery, con il suo corpo fuori dalle convenzioni, diventa una figura che sfida l’osservatore a guardare oltre la sua apparenza esteriore e a confrontarsi con una realtà che è sia fisica che psicologica. Il suo corpo è una dichiarazione di lotta, di emancipazione, ma anche di fragilità, di apertura all’ignoto. Freud non dipinge un corpo che si nasconde dietro maschere o illusioni, ma un corpo che è pronto ad affrontare la verità, a essere visto, a essere letto nelle sue mille sfumature.
La scelta di Freud di rappresentare Bowery in una posizione apparentemente rilassata, ma in realtà carica di tensione psicologica, fa emergere una riflessione sul concetto di visibilità e invisibilità. Il dipinto sembra chiedere allo spettatore: cosa vediamo veramente quando guardiamo un corpo? Vediamo solo ciò che ci viene mostrato, o riusciamo a leggere le storie che la pelle, i muscoli e le vene raccontano? In questo senso, “Leigh su un divano verde” non è solo un ritratto, ma un invito a entrare in un dialogo con il soggetto, a esplorare quella zona grigia tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto. Freud, con la sua maestria tecnica e psicologica, non offre risposte facili, ma piuttosto lascia aperta una porta alla riflessione, un invito a confrontarsi con la verità del corpo e dell’anima, con la fragilità e la forza che coesistono in ogni essere umano.
L’articolo è pubblicato sul blog Bo Summer’s, “el horno” e altri testi di Fabio Galli che vi invitiamo a visitare. Ne vale la pena.
(5 aprile 2025)
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