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Tra cronaca e memoria: il confine invisibile

di Lonsito De Toledo 

C’è un modo di fare giornalismo che non nasce dall’errore, né dall’ignoranza delle regole del mestiere, ma da una scelta deliberata di campo. È un giornalismo che sospende – talvolta forza – il patto tradizionale con il lettore, quello fondato sulla distinzione tra fatti accertati, ipotesi e interpretazioni, per sostituirlo con un altro patto, più implicito e più rischioso: quello della verità morale.
In questa postura, chi scrive non si percepisce come un mediatore neutrale, ma come un soggetto coinvolto, spesso generazionalmente, emotivamente, politicamente. Scrive non tanto per dimostrare, quanto per accusare, non per ricostruire con prudenza, ma per ricomporre un senso complessivo che ritiene assente nella narrazione ufficiale.

È una tradizione radicata, soprattutto nel giornalismo italiano, che ha spesso lavorato sulle zone d’ombra della storia repubblicana in assenza di verità giudiziarie definitive.

Il problema non nasce da questa tensione critica in sé. Senza di essa, molte vicende centrali della nostra storia non sarebbero mai emerse. Il problema nasce quando il confine tra indizio e prova viene deliberatamente cancellato, quando la testimonianza diventa fatto e l’ipotesi assume il peso di una verità accertata, senza che il linguaggio segnali al lettore il grado di incertezza delle affermazioni.

In questi casi il testo assume una forma ibrida. Non è più inchiesta, non è ancora saggio storico, non è dichiaratamente pamphlet. È una narrazione potente, spesso seducente, che chiede al lettore un atto di fiducia totale. Non dice: “questa è una lettura possibile”, ma suggerisce: “questa è la verità che ti è stata nascosta”. È un dispositivo retorico efficace, soprattutto quando si muove su ferite collettive ancora aperte: stragi, repressioni, generazioni perdute, violenze di Stato.

A spingere in questa direzione contribuisce anche l’economia dell’attenzione. Un racconto netto, con una causalità chiara e colpevoli riconoscibili, circola meglio. Le cautele rallentano, la complessità non è virale. Così la precisione può essere sacrificata non per malafede, ma per urgenza narrativa.

C’è infine una motivazione più profonda. Per alcuni, scrivere in questo modo significa restituire dignità a ciò che ritengono sia stato neutralizzato o rimosso. È un atto di memoria militante, che mira a riequilibrare un discorso pubblico percepito come falsato. In questa prospettiva, la distinzione tra verità storica e verità morale diventa secondaria, talvolta sospetta.

Il rischio, però, è evidente. Quando il giornalismo non dichiara il proprio statuto, quando non chiarisce se sta informando, interpretando o accusando, espone se stesso e il lettore a una confusione pericolosa. Non perché le domande siano illegittime, ma perché le risposte vengono offerte come definitive senza esserlo.

Forse il nodo non è chiedere a questo tipo di giornalismo di essere più neutro, ma di essere più esplicito sul proprio posizionamento. Dire da dove si parla, con quali strumenti, con quale grado di certezza. È una forma di onestà intellettuale che non riduce la forza di un testo, ma la rende discutibile, attraversabile, responsabile. Solo così anche il giornalismo più radicale continua a fare il suo mestiere, senza trasformarsi in una verità che non ammette replica.

 

 

(6 gennaio 2026)

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