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Giuseppe Genna e la lunga attesa di Lopez

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di Fabio Galli
Fabio Galli

Alcuni personaggi continuano a vivere anche quando smettono di apparire. Restano in una sorta di sospensione, come se la loro assenza fosse soltanto una forma diversa della presenza. È il caso dell’ispettore Guido Lopez, creato da Giuseppe Genna alla fine degli anni Novanta e ora tornato sulla scena con “L’uomo che non doveva tornare”, pubblicato da Feltrinelli. Diciassette anni separano questo nuovo romanzo dall’ultima apparizione del personaggio: un intervallo sufficientemente lungo da trasformare un ritorno editoriale in un piccolo evento letterario.
Lopez non appartiene alla tradizione dell’investigatore rassicurante. Non è un personaggio costruito per ricomporre il disordine del mondo attraverso la soluzione di un enigma. Al contrario, la sua funzione narrativa è sempre stata quella di mostrare quanto il reale sia refrattario a ogni semplificazione. Nei romanzi di Genna l’indagine rappresenta raramente un percorso lineare verso la verità; assomiglia piuttosto a una discesa nelle stratificazioni del potere, nelle deformazioni dell’informazione, nelle zone d’ombra della storia contemporanea.

Per comprendere il significato di questo ritorno occorre ricordare il contesto in cui Lopez nacque. Tra gli anni Novanta e i primi Duemila il noir italiano attraversò una stagione di straordinaria vitalità. Molti autori utilizzarono le forme del romanzo poliziesco per raccontare le trasformazioni del Paese, ma Genna occupò da subito una posizione eccentrica. Se altri guardavano alla cronaca, alla politica o alla criminalità organizzata, lui sembrava interessato anche a qualcosa di ulteriore: alle strutture invisibili che organizzano il reale, alle narrazioni che producono il consenso, alle dimensioni quasi metafisiche del potere.

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Per questo motivo parlare di Lopez significa inevitabilmente parlare della scrittura di Genna. Una scrittura che ha sempre attraversato generi diversi senza mai lasciarsi contenere completamente da nessuno di essi. Noir, thriller, romanzo politico, visionarietà, saggio implicito, riflessione teologica e immaginazione paranoica convivono in una narrativa che ha pochi equivalenti nel panorama italiano contemporaneo. Nel corso degli anni Genna è diventato una figura difficilmente classificabile: troppo letterario per il puro genere, troppo radicale per il mercato generalista, troppo interessato alle tensioni spirituali e filosofiche per essere ridotto alla definizione di autore noir.

In questo senso “L’uomo che non doveva tornare” arriva in un momento particolarmente significativo. Il mondo nel quale Lopez si muoveva agli inizi del nuovo secolo non esiste più. Le tecnologie digitali hanno modificato il rapporto con l’informazione, le piattaforme hanno trasformato la produzione delle narrazioni pubbliche, la geopolitica è tornata a occupare uno spazio centrale nell’immaginario occidentale e la stessa idea di verità appare sempre più problematica. Il ritorno del personaggio permette dunque di verificare che cosa accade quando uno sguardo nato in un’altra epoca viene chiamato a confrontarsi con il presente.

È difficile non leggere il titolo anche in chiave metanarrativa. “L’uomo che non doveva tornare” sembra riferirsi non soltanto a una figura interna alla vicenda, ma allo stesso Lopez. Dopo quasi due decenni il personaggio ricompare infatti come un sopravvissuto, come una presenza che riaffiora da una stagione letteraria apparentemente conclusa. Eppure il suo ritorno non assume i contorni della nostalgia. Non c’è la sensazione di un recupero archeologico o di una semplice operazione celebrativa. Piuttosto, emerge la volontà di verificare se alcune domande fondamentali poste dalla narrativa di Genna abbiano conservato la loro urgenza.

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Sono domande che riguardano il rapporto tra individuo e sistemi di potere, tra informazione e manipolazione, tra storia e rappresentazione. Ma riguardano anche qualcosa di più profondo: il bisogno di orientarsi in una realtà che appare sempre più complessa e sfuggente. È qui che il noir di Genna si distingue da molte altre esperienze del genere. L’obiettivo non è soltanto capire chi sia il colpevole, ma interrogarsi sulla natura stessa del mondo in cui il delitto diventa possibile.

Che Lopez abbia ancora qualcosa da dirci è probabilmente la questione più interessante posta da questo nuovo romanzo. Non tanto perché il personaggio appartenga ormai alla storia del noir italiano, quanto perché la sua voce nasce da una delle ossessioni più persistenti della letteratura contemporanea: la ricerca di un senso dentro un universo attraversato da forze che sfuggono continuamente alla comprensione.

A distanza di diciassette anni, il ritorno dell’ispettore immaginato da Giuseppe Genna assume così il valore di una verifica. Non solo sul destino di un personaggio, ma sulla capacità stessa della letteratura di continuare a leggere il presente quando il presente sembra diventare sempre più indecifrabile.

 

 

(23 giugno 2026)

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