PubblicitàYousporty - Scopri la collezione

ULTIMI ARTICOLI

HomeNotizieArte Mostre EventiSan Paolo Converso, l’oro liquido del potere e la nuova religione delle...

San Paolo Converso, l’oro liquido del potere e la nuova religione delle immagini

Articolo precedente
SEGUI GAIAITALIA.COM SU


di Fabio Galli
Fabio Galli

A Milano esistono luoghi che sembrano sopravvivere alle epoche non perché restino immutati, ma perché continuano a cambiare funzione senza perdere la propria aura. L’ex chiesa di San Paolo Converso è uno di questi. Nata nel pieno del Cinquecento lombardo come spazio religioso destinato alle Angeliche, sconsacrata in età napoleonica, trasformata in magazzino, restaurata, convertita in sala musicale, studio di registrazione, luogo per eventi e sperimentazioni artistiche, oggi torna nuovamente a mutare pelle. Non più chiesa, non ancora museo, non semplicemente spazio espositivo: qualcosa di diverso, di ambiguo, di perfettamente contemporaneo.
È qui che Deloitte ha inaugurato il proprio programma “Arts and Culture”, affidandone l’apertura a “Capita Aurea”, videoinstallazione di Fabrizio Plessi costruita attorno all’immagine di una testa imperiale che lentamente si dissolve in una colata d’oro liquido.

L’opera è semplice soltanto in apparenza. La sua immagine centrale possiede infatti quella qualità archetipica che appartiene alle opere capaci di condensare significati diversi in un’unica figura. La testa imperiale richiama immediatamente il potere, la memoria monumentale, l’idea stessa di permanenza storica. L’oro, a sua volta, è il materiale simbolico per eccellenza dell’eternità occidentale: oro degli imperatori, oro delle icone, oro delle reliquie, oro della gloria.
Eppure in Plessi quell’oro non immobilizza, non consacra, non conserva. Scorre.

LEGGI ANCHE

Morta Zeudi Araya

E' morta a 75 anni l'attrice Zeudi Araya une delle icone di bellezza del cinema italiano degli anni...

È proprio questo il punto.

L’oro smette di essere materia della durata per trasformarsi in materia del tempo. Diventa fluido, instabile, mutevole. La gloria non viene celebrata ma consumata. Il potere non viene monumentalizzato ma dissolto. L’immagine stessa dell’autorità appare sottoposta a una lenta decomposizione che non assume i toni della catastrofe ma quelli dell’inevitabilità.
Non assistiamo alla distruzione violenta di un simbolo. Assistiamo alla sua evaporazione.

“Capita Aurea” sembra inserirsi perfettamente all’interno della ricerca che Plessi porta avanti da decenni. Fin dagli anni Settanta l’artista veneziano ha costruito gran parte della propria poetica sul rapporto tra tecnologia e forze primordiali. Acqua, fuoco, magma, energia, metalli preziosi: elementi ancestrali che entrano in collisione con il linguaggio elettronico, con il video, con lo schermo. Mentre molta arte tecnologica ha spesso inseguito la fascinazione per il nuovo, Plessi ha quasi sempre fatto il contrario. Ha utilizzato la tecnologia per parlare di ciò che è antico. Ha trasformato il monitor in una superficie archeologica. Ha fatto della videoarte uno strumento per interrogare il mito, la memoria e la rovina.
Anche per questo la scelta di collocare l’opera all’interno di San Paolo Converso appare particolarmente significativa.

LEGGI ANCHE

“Nessuna pietà per i vecchi”, il nuovo noir di Flaminia Mancinelli

La terza indagine di Giulia Magnani si svolge tra le nebbie della Lomellina. Il commissario della Polizia di...

L’edificio conserva infatti una tensione temporale straordinaria. Le decorazioni manieriste, gli affreschi, la struttura architettonica continuano a trasmettere la memoria della funzione originaria del luogo. Entrare nello spazio significa attraversare secoli di stratificazioni storiche. Ogni nuova installazione non si limita a occupare un ambiente neutro, ma è costretta a confrontarsi con una presenza preesistente.
L’immagine della testa imperiale che si scioglie nell’oro si inserisce allora dentro un’altra dissoluzione molto più vasta: quella delle funzioni storiche dell’architettura occidentale.
La chiesa che diventa magazzino.
Il magazzino che diventa auditorium.
L’auditorium che diventa galleria.
La sacralità che si trasforma in esperienza culturale.
L’esperienza culturale che diventa evento.
L’evento che diventa linguaggio aziendale.
Tutto sembra muoversi secondo la stessa logica liquida evocata dall’opera di Plessi.

Ed è forse proprio qui che il progetto “Deloitte Arts and Culture” diventa interessante.
Per anni il rapporto tra imprese e arte è stato raccontato attraverso categorie relativamente semplici: sponsorizzazione, mecenatismo, sostegno economico. Oggi questo schema appare insufficiente. Le grandi aziende non si limitano più a finanziare la cultura. Producono direttamente spazi culturali, costruiscono programmi curatorali, elaborano narrazioni simboliche.
La cultura non rappresenta più soltanto un territorio da sostenere. Diventa un linguaggio attraverso cui le imprese costruiscono identità, relazioni e posizionamento.
Non si tratta necessariamente di un fenomeno negativo. Sarebbe troppo facile leggerlo soltanto come operazione di marketing. La questione è più complessa.

Le istituzioni pubbliche faticano sempre più a sostenere da sole la produzione culturale contemporanea. Molti spazi storici trovano nuove possibilità di vita proprio attraverso interventi privati. Senza questi investimenti numerosi edifici resterebbero semplicemente chiusi, inutilizzati o invisibili. Ma allo stesso tempo emerge una domanda inevitabile: che cosa accade quando l’impresa diventa produttrice di immaginario?
Chi costruisce oggi le narrazioni simboliche delle città?
Chi decide quali artisti esporre, quali temi valorizzare, quali linguaggi rendere visibili?
Sono interrogativi che attraversano sempre più profondamente il paesaggio culturale contemporaneo e che l’operazione di San Paolo Converso rende particolarmente evidenti.
In questo senso appare significativo che il progetto inaugurale della Galleria Deloitte non abbia scelto la celebrazione dell’innovazione in quanto tale. Né l’estetica della performance tecnologica. Né il semplice spettacolo immersivo.

Prima Giuseppe Lo Schiavo con Liturgica, attraverso l’intelligenza artificiale applicata alle immagini sacre della chiesa. Poi Plessi con “Capita Aurea” e la lenta liquefazione dell’autorità imperiale.
Due opere molto diverse che condividono però un medesimo nucleo concettuale: il rapporto tra memoria e trasformazione.
Come se il vero tema non fosse la tecnologia ma il modo in cui la tecnologia modifica il nostro rapporto con il passato.
Come se la domanda fondamentale non riguardasse il futuro, ma ciò che accade ai simboli quando attraversano il tempo.
Osservando la testa imperiale che si scioglie nell’oro si ha quasi l’impressione di assistere a una metafora della nostra epoca. Un’epoca che continua a produrre immagini monumentali ma che non riesce più a garantire loro durata. Un’epoca che conserva tutto e allo stesso tempo consuma tutto. Un’epoca che archivia il passato in forma digitale mentre ne accelera continuamente la dissoluzione simbolica.

L’oro continua a brillare.
Ma non promette più eternità.
Scorre.

 

 

(1 giugno 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 




Articolo precedente
Roma
poche nuvole
23 ° C
23.2 °
22.1 °
84%
3m/s
23%
Mar
23 °
Mer
25 °
Gio
28 °
Ven
26 °
Sab
29 °

CULTURA & ALTRO