Apre oggi, 15 settembre 2026 (e resterà visitabile fino al 14 febbraio 2027), la mostra che Palazzo Bonaparte dedica a Vasilij Kandinsky (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944). Curata da Angela Lampe, con la consulenza di Francesca Villanti, l’esposizione segna un ritorno d’eccezione nella Capitale, dove le opere del maestro russo mancavano da venticinque anni, dai tempi della storica monografica ospitata nel 2001 al Complesso del Vittoriano. L’aspetto straordinario di questa retrospettiva risiede nella provenienza dei lavori e nell’occasione che li ha resi accessibili: un corpus di oltre settanta capolavori che arriva direttamente dal Centre Pompidou di Parigi, le cui porte sono attualmente chiuse per importanti lavori di ristrutturazione
Le opere in prestito sono legate storicamente alla donazione della moglie dell’artista, Nina Kandinskij, che nel 1976 decise che la quasi totalità dell’eredità artistica rimasta nello studio parigino del marito andasse allo Stato francese, trasformando il Centre Pompidou (che si sarebbe inaugurato l’anno successivo) nel principale polo mondiale per lo studio e la custodia dell’opera di Kandinsky (donazione alla quale seguì un ulteriore lascito alla morte di Nina nel 1981).
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La retrospettiva si impone oltre che per il prestito massiccio di opere anche per taglio curatoriale che permette di ripercorrere l’intera evoluzione del pioniere dell’astrattismo.
La mostra è firmata da Angela Lampe, storica dell’arte tedesca e conservatrice al Centre Pompidou di Parigi, considerata una delle massime esperte mondiali sull’opera di Kandinsky e sull’arte delle avanguardie storiche.
Lampe costruisce un percorso espositivo seguendo il filo rosso della biografia intellettuale e spirituale dell’artista, mettendo in luce l’evoluzione tecnica delle sue opere bilanciandola con materiali d’archivio, lettere e documenti che spiegano perché Kandinsky è arrivato a dissolvere la forma, evitando l’effetto “catalogo illustrato” e ancorando ogni sala alla ricerca teorica del maestro.
Superfluo ricordare la centralità della ricerca pittorica di Kandinsky.
Mentre Kandinsky inventa l’astrattismo in Germania, a Parigi Pablo Picasso e Georges Braque smontano la realtà con il Cubismo, e in Italia i futuristi celebrano la velocità della macchina.
A differenza del cubismo (che resta ancorato agli oggetti seppur visti da più angolazioni), Kandinsky elimina progressivamente del tutto il soggetto riconoscibile. Negli stessi anni, artisti come František Kupka e Kazimir Malevič (con il Suprematismo) arrivano in autonomia a esiti astratti simili, ma è Kandinsky a legare la non-figurazione a una profonda ricerca mistica e spirituale.
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Attraverso cinque sezioni, il percorso espositivo della mostra propone un viaggio straordinario che attraversa la ricerca dell’artista lungo tutto l’arco della sua vita: dalle prime opere figurative agli anni di Monaco e del Blaue Reiter, fino agli anni della Russia rivoluzionaria, dall’esperienza del Bauhaus e l’ultima stagione parigina.
La retrospettiva, oltre a presentare l’opera del Kandinsky più conosciuto e apprezzato dal grande pubblico, quello che indicativamente va dalla pubblicazione del suo primo libro Dello spirituale nell’arte del 1911 (l‘armonia dei colori deve basarsi unicamente sul principio della risonanza con l’anima umana che lui battezza necessità interiore) fino a Punto e linea sul piano del 1926 (e commuove che il celeberrimo Giallo, rosso, blu del 1925 sia esposto nella sua possanza di 128 x 201,5 cm come unico quadro in una intera sala), ci permette di scoprire il Kandinsky delle prime opere, ancora squisitamente figurative con un gusto per la ricerca etnica.
E’ il caso dello splendido Lied del 1906 nel quale i battellieri in costume russo salgono a bordo di drakkar vichinghi decorati con icone ortodosse, mentre sullo sfondo si intravede una città orientale che si sviluppa attorno a una moschea, all’insegna di un sorprendente sincretismo. Kandinsky si distingue in queste prime opere anche per la tecnica pittorica. In Lied usa per esempio la tempera su cartone nero.

La retrospettiva presenta anche le opere della maturità e degli ultimi anni quando la ricerca per l’astrattismo rinuncia al rigore delle forme geometriche a favore di una linea più morbida subendo il fascino del biomorfismo inaugurato da Salvador Dalí, Pablo Picasso e Joan Miró.
Colpisce, tra le tante, Azzuro cielo, del 1940, nel quale lo sfondo etereo che le conferisce il titolo costituisce lo spazio d’azione di un mondo fantasmagorico fatto di forme grafiche, un bestiario favoloso che si dispiega liberamente in questo spazio fluttuante. Kandinsky, a settantaquattro anni, dimostra di avere ancora una fervente immaginazione.

La mostra permette così di osservare come il percorso artistico di Kandinsky si muova per continui ritorni sotterranei, lontanissimi da ogni evoluzione lineare.
C’è un dialogo segreto, ad esempio, tra l’uso dei materiali diversissimi nel corso della sua sua vita: se nei primi anni di Monaco l’artista sperimenta il supporto povero della tempera su cartone nero — capace di far risaltare il fuoco delle leggende russe —, è lo stesso identico pragmatismo drammatico che lo costringe, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, e la scarsità dei materiali tecnici, a rimpiazzare le tele tradizionali con tavolette di legno o cartone, rimpicciolendo i formati mentre fuori la guerra distrugge tutto.
L’arte di Kandinsky dimostra di non aver bisogno del lusso della grande tela, ma di nutrirsi di una necessità fisica e interiore che sa piegarsi alle ristrettezze del mondo.
Allo stesso modo, la ricchezza espositiva delle opere in mostra permette di misurare la distanza e al tempo stesso la coerenza tra il rigore ascetico degli anni tedeschi e la fioritura biologica dell’ultimo esilio. Se al Bauhaus — tra il 1922 e il 1933 — Kandinsky aveva imbrigliato l’universo in una griglia quasi cartesiana, fatta di cerchi perfetti, triangoli rigorosi e rette taglienti (la sua celebre “fase fredda” codificata nel testo Punto e linea sul piano), l’arrivo a Parigi segna un totale scioglimento dei confini.
Nella capitale francese, baciato da quella luce che definisce “forte e dolce”, l’architetto della geometria interiore depone le armi del rigore costruttivista. Le forme si arrotondano, diventano sinuose, fluttuanti, quasi microscopiche, assorbendo il fascino del biomorfismo e la libertà onirica dei surrealisti.
È il compimento definitivo di una vita spesa a cercare l’equivalenza esatta tra il segno visivo e la vibrazione dell’anima.
La mostra dedica una intera sala alla pittrice Gabriele Münter (Berlino 1877 – Murnau 1962). Ridotta ingiustamente a essere la compagna di Kandinsky, Münter è stata una delle figure più forti e autonome delle avanguardie europee e ha accompagnato Kandinsky non solamente nella vita privata ma anche nelle esperienze artistiche attraverso viaggi, studi e un continuo confronto creativo. Formatasi tra Düsseldorf e Monaco, Münter ha assorbito le novità del secolo muovendosi agilmente tra fotografia, incisione e arti decorative. Il suo stile matura proprio a Murnau e nel gruppo del Blaue Reiter, riconoscibile per i contorni netti e le ampie stesure di colore. Nonostante la guerra, l’isolamento e la persecuzione del regime nazista — durante il quale è riuscita a salvare e proteggere tantissime opere del movimento e le opere giovanili di Kandinsky —, la sua voce è rimasta lucida e profondamente originale ed è giusto che la mostra la ricordi con fermezza.

Gli apparati critici grazie alla consulenza scientifica ed editoriale di Francesca Villanti, impiegano un linguaggio preciso ma mai troppo accademico, spiegando e illustrando non alludendo a movimenti, artisti o percorsi dati per scontati.
Così ampio spazio viene dato al Bauhaus, restituendone la cifra innovativa anche con delle ricostruzioni del design (tavoli, sedie) che possono meravigliare un pubblico avvezzo alla storia dell’arte ma che permettono anche a chi ha sentito parlare poco della scuola di Gropius di valutarne l’importanza e l’impatto che ebbe nella produzione artistica di Kandinsky.
Dispiace constatare come si continui a perpetuare la tradizione delle didascalie ai quadri, relegate in basso a un’altezza quasi ostile e scritte con un font di scarsa leggibilità. E’ ora di superare la vetusta idea che la didascalia debba essere “invisibile” e permettere a quel 50% che, di fronte a una didascalia di difficile lettura ci rinuncia, a leggere un dato importante dell’opera, la provenienza e, soprattutto, la tecnica di esecuzione, che sono elementi fondamentali per la comprensione dell’opera stessa.
Di contro, merita un plauso l’illuminazione: le luci di Francesco Murano propongono un progetto illuminotecnico studiato per agire come “custodia” discreta dell’opera calibrando ottiche precise, schermature e temperature di colore differenziate tra oli e lavori su carta in modo da esaltare la forza cromatica e la vibrazione dei dipinti senza sovrapporsi o appiattirli.
Altro punto di forza della mostra davvero pensato per il grande pubblico, sta nell’attenzione straordinaria riservata alla divulgazione interattiva e ai video. Lungo il percorso si incontrano postazioni con qualcosa in più, come il pannello in cui è possibile sollevare i tasselli per scoprire le corrispondenze sinestetiche teorizzate in Dello spirituale nell’arte (1911). Così possiamo scoprire che il bianco è il non-suono, il giallo squilla come una tromba mentre il blu profondo suona come un flauto.
Ancora, un altro pannello riprende il questionario elaborato da Kandinsky a Mosca per studiare la percezione collettiva: un invito irresistibile a interrogare le proprie sensazioni, facendosi ispirare dalle opere della sala per rispondere a domande spiazzanti e poetiche come Quale colore ricorda il canto di un canarino?, quale Il fischio del vento oppure Un triangolo ti sembra più spiritoso di un quadrato?.
La mostra dedica spazio anche ad alcuni video informativi su Kandinsky, brevi, precisi, in grado di offrire spunti di osservazione. Non mancano esempi dal cinema sperimentale di quegli anni con cortometraggi di Walter Ruttmann, Hans Richter e Viking Eggeling restituendo il senso di un’epoca in cui il cinema d’avanguardia condivideva con Kandinsky la stessa urgenza di liberare il movimento, la forma e il ritmo dalla schiavitù del racconto, trasformando lo schermo in una tela in movimento. Non manca nemmeno il celebre corto di Hans Cürlis Wassily Kandinsky filmato mentre dipinge.
Un’altra installazione consente di sentire i brani musicali tratti dalla collezione di 78 giri di Kandinsky, esposti a parete, restituiti in un elenco preciso, e con la possibilità di ascoltarli in cuffia (sono tantissimi non potendoli riportare tutti ci limitiamo a ricordare La caccia di Scarlatti, il Concerto per violino e orchestra in re maggiore di Prokofiev, la Canzone dei cannoni di Kurt Weil da L’opera da tre soldi di Brecht e le Melodie ungheresi di Béla Bartók).
È qui che Palazzo Bonaparte vince la sua scommessa più bella: restituire al pubblico non un totem inavvicinabile dell’arte astratta, da osservare con timore reverenziale, ma un compagno di viaggio capace di insegnarci a tradurre in colori la musica segreta della vita.
Kandinsky
Palazzo Bonaparte
Nuovo Spazio Generali Valore Cultura
Roma dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027
(15 settembre 2026)
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