di Fabio Galli

Francis Picabia è uno di quegli artisti che resistono alla fotografia ufficiale che la storia dell’arte tenta continuamente di scattare loro addosso. Ogni definizione, appena formulata, sembra infatti diventare insufficiente: impressionista, cubista, dadaista, astratto, figurativo, provocatore, poeta, uomo di società, autore di immagini sensuali e perturbanti. Picabia attraversa questi territori senza stabilirvisi, come se la sua vera opera consistesse proprio nell’impossibilità di fermarsi davanti a una forma già riconosciuta.
La mostra milanese parte da questa irrequietezza e compie una scelta precisa: invece di ordinare la sua produzione secondo una successione cronologica, utilizza la notte come filo narrativo, come spazio della vita, del desiderio e della reinvenzione. Il percorso è concepito come un attraversamento dalla sera all’alba, con le diverse sale associate alle ore della notte.
È una scelta particolarmente adatta a un artista che ha fatto della trasformazione una condizione permanente. Picabia non attraversa le avanguardie per arrivare alla propria lingua definitiva; sembra piuttosto attraversarle per impedirsi di averne una definitiva. Impressionismo, Fauvismo, Cubismo, Dada e astrazione diventano così altrettante possibilità da sperimentare e, quando necessario, da abbandonare. La sua vicinanza a figure come Marcel Duchamp, Gertrude Stein e Pablo Picasso non lo conduce tuttavia verso l’appartenenza stabile a un gruppo: anche nei momenti in cui partecipa pienamente alla cultura delle avanguardie, mantiene una posizione eccentrica, mobile, difficilmente addomesticabile.
La notte permette allora di leggere Picabia non come il protagonista di una carriera fatta di periodi distinti, ma come un artista per il quale l’identità stessa è provvisoria. Di notte cambiano i rapporti fra le cose, le immagini perdono la loro evidenza diurna, il desiderio prende strade che la razionalità tende a nascondere, la memoria mescola persone e avvenimenti, il corpo acquista una diversa presenza. È in questa zona di instabilità che la mostra colloca Picabia.
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Il titolo, Aprire le porte della notte, contiene già un movimento: non entrare semplicemente nella notte, ma aprirne le porte, come se dietro ciascuna soglia fosse possibile incontrare un Picabia diverso. Non esiste infatti un solo artista, e forse proprio questa moltiplicazione costituisce la sua più ostinata forma di coerenza.
Oltre ai dipinti, il percorso comprende disegni, fotografie, documenti personali e materiali d’archivio, costruendo intorno alle opere una costellazione di relazioni, incontri e circostanze. Alcuni materiali provengono dalla famiglia Picabia e dagli Archives Littéraires Jacques Doucet di Parigi.
È importante che la mostra non presenti questa documentazione come semplice apparato illustrativo. Nel caso di Picabia, la distanza fra arte e vita è continuamente attraversata: amicizie, amori, musica, danza, mondanità, erotismo, provocazione e ricerca artistica appartengono allo stesso sistema nervoso. La notte diventa così anche il luogo degli incontri, della festa e dell’eccesso, ma contemporaneamente quello dell’inquietudine, dell’introspezione e delle immagini che affiorano quando la superficie razionale del giorno si ritira.
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La sua opera sembra continuamente domandare quanto possa durare un’identità prima di trasformarsi nella propria caricatura. Picabia conosce il successo, conosce l’avanguardia, conosce il gusto del pubblico e conosce anche il piacere di contraddirlo. La sua libertà non consiste dunque soltanto nel cambiare stile, ma nel rifiutare l’obbligo, imposto spesso agli artisti dalla storia dell’arte, di essere fedeli a se stessi.
È forse qui che la mostra trova il suo punto più interessante. La notte non è semplicemente un tema iconografico e nemmeno una metafora decorativa con cui riunire opere differenti. È una condizione mentale nella quale l’artista può sottrarsi alla propria stessa immagine pubblica, cambiare pelle, ricominciare, contraddire ciò che ha appena affermato. Picabia sembra dipingere sempre anche contro il Picabia precedente.
E proprio per questo il suo rapporto con le avanguardie appare ancora così vivo. Là dove la storia tende a costruire genealogie ordinate, Picabia introduce una deviazione; là dove un movimento cerca una poetica riconoscibile, lui apre una porta laterale; là dove l’artista dovrebbe consolidare il proprio stile, cambia linguaggio. La sua opera non offre facilmente una linea evolutiva perché procede per fratture, accelerazioni, ritorni e improvvise fughe in avanti.
La grande esposizione di Palazzo Reale permette dunque di osservare questa inquietudine nella sua ampiezza, attraverso più di 170 opere e materiali che restituiscono la complessità di una ricerca sviluppatasi lungo decenni.
Picabia non chiede necessariamente di essere ricomposto. Forse sarebbe persino contrario alla sua natura. Più interessante è seguirlo nelle sue metamorfosi, accettare che ogni immagine possa aprire su un’altra e che ogni certezza biografica o stilistica contenga già la possibilità della propria dissoluzione.
La notte, in fondo, è proprio questo: il momento nel quale ciò che sembrava definitivamente visibile torna a essere incerto. E Picabia ha passato gran parte della propria vita artistica a dimostrare che anche l’arte, quando smette di obbedire all’obbligo di riconoscersi, può tornare a essere una zona d’ombra, di desiderio e di possibilità.
“Picabia. Aprire le porte della notte”
Palazzo Reale, Milano
fino al 24 gennaio 2027
A cura di Anne Berest-Picabia.
Oltre 170 opere. Mostra promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e MADEINART
(11 ottobre 2026)
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