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Recensenda: Bo Summer’s, l’opera poetica di Amelia Rosselli

Amelia Rossellidi Bo Summer’s  twitter@fabiogalli61

Di Amelia Rosselli ricordo la voce che udii al telefono e qualche volta nella redazione in cui lavoravo, anni fa. Vorrei permettermi di dire che alla grandezza della sua operazione di scrittura poetica corrispondeva perfettamente la luce dei suoi occhi, la disarmante semplicità della sua naturalezza, della sua superiorità morale. Ne parlo qui, presentandovi l’opera poetica uscita di recente.

Una poesia controversa, la sua. Torce il verso e allo stesso tempo si ritorce – rivedendola  – contro una tradizione linguistica da cui attinge a piene mani, un continuo sottintendere agli innumerevoli testi della tradizione poetica italiana ed europea. L’arditezza di una scrittura e di un vorticismo dello stile che sono elementi di non facile interpretazione. Urli di fiati, strepiti di sussulti, assemblamenti di rimandi. Un’urgenza di ricerca del senso dietro il significante, mai gioco o maniera bensì pronuncia dolorosa e sofferta di un indeciso fra verità e menzogna, fra risorsa che è ancora possibile utilizzare, o al contrario, da rifiutare.

Un verso che procede incessantemente, come uno schiacciasassi, in cui la stessa dimensione personale diventa allegoria della letteratura e viceversa. E così, in lei, parodia, ironia, disgregazione del linguaggio e perdita di fiducia verso di esso ne mimano esattamente la disappartenenza, il dramma autobiografico, una tendenza, che è la sua caratteristica nel creare miti o considerare miticamente fatti, eventi, quasi intrappolata nel suo stesso disagio esistenziale. Normalità dell’orrore, la quotidianità come dominio privilegiato del terribile che è già accaduto. O che ancora dovrà accadere.

La sua dimensione poetica risiede in questa costante e ambivalente scelta tra realtà e appartenenza, il modo e il senso del costruire poetico di un  linguaggio assoluto, dal senso sempre debordante, rimandato e volenteroso di accogliere altri significati. Autentico dramma poetico, il combattimento che Amelia Rosselli inscena con se stessa – una furiosa e mai rappacificata lotta tra persona e scrivente – e il corpo di un linguaggio sempre sfuggente.

Francese, inglese e italiano si mescolano, infatti, nella sua realtà anche quotidiana, e nel suo pensiero, e proprio questa particolarissima condizione è determinante sulla sua scrittura, sulla lingua della sua poesia, assieme al rapporto forte con la musica. Dalle ricerche in campo musicale e dall’esempio della musica dodecafonica, ricompose in una nuova forma poetica, la “forma cubo”.

Una voce straniante conobbi, greve e grave al tempo stesso, una presenza vissuta all’insegna della differenza rispetto a una uniformazione che pareva starle troppo stretta.

Ma è soprattutto dell’autonomia inventiva che vorrei dire, della parola che si traduce nel linguaggio esclusivo della sua scrittura. Il valore della parola è inteso come un modulo da cui far germinare sensi ulteriori e molteplici, producendo un discorso in maniera virale. E con quali tempi, e con quali modi, scopritelo leggendola.

Così scorrendo i suoi versi, si ha spesso l’impressione di un vero e proprio corpo a corpo con la lingua, del superamento di un costante attrito, che produce in effetti un’energia insolita, una felice ruvidezza espressiva che fornisce una sorta di quasi fisica concretezza alla parola. La sua scrittura, puntellata da antinomie inconciliabili, intreccia un fondo intimamente autobiografico, legato alla tragedia personale e storica vissuta dalla sua famiglia, l’esperienza segnò irreversibilmente tutta la sua vita, fino alla funesta conclusione, un corpo in continua auscultazione, sia esso quello dell’autrice sia quello ancora più martoriato della tradizione.

Amelia Rosselli L'Opera Poetica

Quest’opera, che raccoglie l’intero corpus poetico della scrittrice, permette di varcare la soglia di quest’officina poetica, così da rendere anche il lettore meno avvezzo capace di apprezzarne il canto.

Il suo sgorgare versi trova spazio attraverso le scritture degli altri poeti conosciuti e amati, Rimbaud, Lautréamont, Montale e Campana, per citarne soltanto alcuni, che a volte mi diceva a stralci di memoria, fra i più ossessivi e ricorrenti, e diviene ragionamento sulla scrittura stessa, secondo un esercizio pulsionale da cui si genera una poesia letteraria e antiletteraria allo stesso tempo. Una commistione autorale completamente innovativa e tradizionale al contempo.

Un’informe massa discorsiva che è  specchio della sua stessa separazione e una terribilissima abolizione dell’io, una testimonianza di sé come esterno da sé e dall’impoetico del mondo. Una narrazione afasica di una personalità. Tremenda e lucida nel dirlo.

Poesia balbettante e straniata. Straziata dall’indicibile e dall’impossibile pronuncia di sé come protagonista, trova nell’aspetto grafico e nel rigore formale il riscatto alla propria necessità esorbitante.

[Detto fra noi, ché nessuno di loro mi legge, quale ottima scuola sarebbe se molti degli autori che io intendo la riscoprissero oggi, quale mirabile prova di coraggio nell’annullamento, nel non-presentarsi. Indimenticabile insegnamento dell’assenza. Del non essere. Questi sono gli scrittori che amerò sempre.]

Eppure rimane a tutt’oggi una voce come inascoltata, una straniera. Conosciuta soprattutto da una cerchia di appassionati e dal pubblico degli specialisti e degli addetti ai lavori.

Amelia Rosselli ha scrittura, ha fascino, come quasi scrisse Giovanni Giudici. La sua voce sinistramente incantatrice, netta e folgorante a recitarne l’intera carriera e il percorso tortuoso nel declamare la propria produzione poetica.

Davvero pochissime figure, nella nostra poesia del Novecento, hanno avuto una tale importanza, originalità. La sua presenza, pure molto discreta ed elegante, nasce nel cuore della storia, e nel dolore profondo che nel 1996 la portò a togliersi la vita.

Una poesia belligerante e acerrima, la sua, dove i nostri inverni non bruciano di quell’inchiostro che lei teneva in mano. Saldamente.

 

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