“Rosadilicata” #Vistipervoi, Delia Vaccarello ne parla nella sua rubrica “Lei chiama Lei”

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Chiara Casarico Rosa 01di Gaiaitalia.com

Dal sito di Anddos, e in particolare dalla nuova rubrica curata da Delia Vaccarello “Lei chiama Lei”, pubblichiamo la recensione allo spettacolo di Chiara Casarico “Rosadilicata” rappresentata al Teatro Agorà di Roma all’interno della manifestazione Gaiaitaliateatrofest 2015, organizzata dal nostro giornale.

 

Teatro agorà: “Rosa dilicata” di e con Chiara Casarico, supervisione registica Emilia Martinelli 

Una donna sulla scena anche al teatro Agorà fino a domenica 22. Una donna con un nome conquistato, giacché inizia la sua vita senza cognome, solo con il nome del paese di provenienza, che fa effetto per un gioco sottile di parole. Il nome è Rosa e viene seguito da dilicata, vale a dire di Licata, piccolo centro siciliano. “non sugnu dilicata sugnu aspra”. Aspra e dura come la vita – due figli nati morti, le violenze del marito, il cognato che uccide la sorella, il padre che si impicca, gli uomini che la seducono con “belle parole” false e bugiarde, per i quali ruba o dai quali  è pronta a ribellarsi anche se sono preti e la ricattano quando rifiuta rapporti non scelti. “La me innucenza se la spartero in tanti” Ma lei, Rosa, canta. Canta sempre. E trova la forza di andare da Licata a Palermo, da Palermo  a Firenze.

“Canta Ro’, ma nu pi l’autri, canta pi ttia”, canta per te Rosa, le dice una sera il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta. E lei respira il canto come sorgente segreta alla quale attinge niente altro che la vita. “Canta Ro’” e cantando diventa Rosa Balistreri, autrice di canzoni che sono opere d’arte, ironiche e struggenti, piene di quella forza che non fa sconti perché conosce la sopravvivenza ai soprusi, alla mafia parente dei “parrini”, alle umiliazioni e alle infinite mortificazioni. Canta e cantando incanta Dario Fo che sbalordisce dinanzi alla sua bravura. Il testo rappresentato all’Agorà all’interno della raffinata rassegna voluta da Ennio Trinelli è scritto dalla stessa attrice che per quasi 90 minuti tiene la scena sostenuta soltanto dagli strumenti di Roberto Mazzoli. Una Chiara Casarico appassionata, profonda nelle scene del dolore, ora dimesse, ora straziate – “ognuno sapi che da na rosa nasce na spina che da na spina nasce na rosa” -, vibrante sulle note della riscossa, capace di echeggiare quella passione politica – Rosa era comunista – che oggi è rara se non estinta. “Nun è lu chiantu ca cancia lu destinu, nun è lu scantu ca ferma lu caminu, grapu li pugna, cuntu li jita, restu cu sugnu, scurru la vita”. (Non è piangendo che si cambia il destino, non è la paura che ferma il cammino, apro i pugni, conto le dita, resto chi sono, scorro la vita)

Rosa cambia segno a un destino che per altri sarebbe parso segnato, risponde allu “scuru chiù scuru sicilianu” con una energia di vita tutta di donna (restu cu sugnu), femminile, che non conosce deliri, che si impone con la voce fatta di conoscenza dei limiti umani e di ribellione che si fa canto. Canto che soffia come il vento, che sfugge alla trappola del compiacimento del dolore. Canto che sa aprire la storia: “ … Stasira cu la vampa dell’amuri scavo la fossa a lu duluri… Stasira vai e vegnu cu lu ventu pi rapiri li porti di la Storia”…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(22 febbraio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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