“Del sordo rumore delle dita” clinica Mammut incontra Pasolini #Vistipervoi

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di Alessandro Paesano twitter@ale_paesano

In un tempo arcaico

si poteva mostrare il pianto

e con il pianto mostrato piangere ancora

stretti e insieme

la sai la storia di mia madre?

Il dolore di mio padre?

Vuoi guardare la mia storia?

Ascoltarla la mia voce?

Ti fai più vicino?

(Alessandra Di Lernia)

 

mammutDel sordo rumore delle dita nasce nel dal 2013, come opera in situ, realizzata cioè in contesti non specificatamente teatrali.

Da queste istallazioni è stata tratta una versione pensata per la sala dove l’originaria vocazione installativa è stata trascritta per la scena come si legge nelle belle note di stampa.

Anche in questa trascrizione Del sordo rumore delle dita_trascrizione mantiene intatta la potenza poetica di indagine dentro e oltre il verso Pasoliniano delle istallazioni originali.

Un verso pasoliniano che viene indagato, amplificato, interrogato e percorso dalla sensibilità di Alessandra di Lernia che, con la sua scrittura, esplora la possibilità di una ricollocazione del Pasolini poeta, rispondendo alla domanda circa la possibilità di un richiamo a un tempo tragico, o meglio a un tempo dove fosse ancora possibile appellarsi al diritto alla menzione di tragedia.
Una indagine che è precipuamente di Di Lernia dal cui verso affiora, talora, come sopravvivenza, Pasolini.

Sulla scena campeggia un parallelepipedo scuro nel quale un vetro frontale mostra alla platea il suo interno dal quale emergono, ora in controluce, apparendo come ombre, ora in luce il e la performer che, microfonati, restituiscono i versi recitati con ieratica compunzione.

I due personaggi, maschile e femminile, si chiedono e ci chiedono il senso di una esistenza soggettiva e interiore che cerca una strada verso l’esterno, verso l’altro (e l’altra) da sé e verso il mondo nel quale (non) agiscono.

La possibilità della tragedia – che nel teatro attico era un momento comune di riconfigurazione dell’immaginario collettivo di una cittadinanza intesa come vita nella città – diventa in Di Lernia una domanda circa la possibilità di essere nella tragedia, di vivere lo scarto tra un’epoca che non c’è più e l’eco che ce ne rimane qui e adesso.

Una metatragedia che si interroga sulla sua possibilità di esistenza fondata su un eco, su di una assenza.
Un’assenza che è la stessa delle due esistenze che il pubblico è invitato a guardare attraverso il vetro, schiacciate tra una soggettività monadica impossibilitata alla comunicazione e l’ambizione di sentire sé e l’altro(l’altra)-da-sé un un disperato slancio vitale squisitamente tragico perché afferma nel momento stesso della sua comparsa la sua inesistenza.

Una inesistenza che prende le vie dell’amore tra i sessi o per il sesso, le vie di un erotismo dello spirito, piuttosto che del corpo, che il verseggiare di Di Lernia restituisce nella sua antica forza primigenia oggi ridotta a uno slancio minimo eppure ancora squisitamente vivo e attuale.

Un verso che si concede a letture diverse, multiple, dalla declinazione di un genere maschile e femminile variamente indagati e che sanno sedursi in uno scambio di punti di vista e in una riscrittura di senso e di intenzione, dove la parola detta per raccontare si fa al contempo il cuore del teatro e del senso tragico più profondo, di un dolore causato da un fatto che non è più mentre il dolore punge proprio perché nella sua insopportabile e lacerante presenza ci ricorda che di quei fatti, di quegli amore, di quei lignaggi e retaggi, resta solo un’insopportabile vuoto.

Capace di evocare un certo gusto crepuscolare, l’elegia del verso è stemperata da una freddezza interpretativa che afferma (performa?) lo scollamento tra un presente altro e l’eco di un’epoca di cui oggi ci si interroga delle sopravvivenze.lernia 1

Non scevro da personali narcisismi da qualche metafora meno necessaria ma generosissimo di contini guizzi nella più struggente verità poetica Del sordo rumore delle dita_trascrizione rimane nel cuore di chi ha avuto la fortuna di vederlo continuando a risuonare in un mormorio interiore anche molti giorni dopo averlo visto a teatro.

E scusate se è poco.

 

 

 

 

 

(6 marzo 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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