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Gender DocuFilm Fest di Roma: i film premiati (più qualche opportuna riflessione)

Gender DocuFilm Fest 2015 - Non so perché ti odiodi Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

Tre i film premiati alla sesta edizione del Gender DocuFilm Fest che si è svolto dal 27 al 29 agosto presso il Gay Village.

La giuria, composta dal produttore Alfredo Covelli, dal regista Giuseppe Bucci e dalla giornalista e critica cinematografica Daria Pomponio, ha dato il premio a Non so perché ti odio (Italia, 2014) di Filippo Soldi. Nella motivazione del premio si legge che il film è “un documentario attuale che trascende l’attualità con la forza di volti e storie che compongono quel mosaico spietato che fa parte del nostro paese“. L’omosessualità come vittimismo e cattolica (dunque ipocrita) compassione.

Una menzione speciale è stata data a Virginidade [sic] (Brasile, 2014) di Chico Lacerda per “come utilizza lo strumento narrativo del racconto di formazione, mettendo in scena alienazione e oggetti del desiderio”.  Nel corto l’alienazione è rappresentata dai paesaggi urbani fatti di traffico e fermate dell’autobus gremite di gente. L’oggetto di desiderio sono dei corpi maschili nudi privi di volto (che non viene mai inquadrato).  Ci chiediamo perché la giuria abbia visto l’alienazione solamente nei paesaggi urbani e non anche in quei corpi sezionati nelle loro parti intime, spersonalizzati e spersonalizzanti, come se l’omoerotismo maschile riguardasse solo peni e sederi e non già le persone cui quelle parti anatomiche appartengono.

Il premio del pubblico è stato attribuito al film Lei disse sì (Italia\Svezia, 2014) di Maria Pecchioli.  Un premio aleatorio dato solamente dalla contingenza del numero di presenze di ogni singola serata. Il maggior numero di voti dato a questo film non significa necessariamente che il film è piaciuto di più degli altri ,ma solamente di più rispetto all’altro film programmato quella sera.

La votazione infatti poteva avvenire solamente in concomitanza della proiezione, dove alcuni  addetti del Gay Village passavano tra la platea a raccogliere il voto, che poteva essere positivo o negativo, e veniva espresso consegnando un cuoricino (se il film era piaciuto) o una x (se non era piaciuto) strappati dal programma di sala (nelle passate edizioni c’era anche una terza possibilità). Un voto attribuito in maniera non omogenea dunque visto che chi vota in una serata, non è detto necessariamente che sia presente anche alle altre sere del festival.  Per cui, alla fine, si tratta di un premio demagogico e populista del quale ignoriamo il meccanismo di calcolo e attribuzione del premio al documentario vincitore.

Quello per cui ci rammarichiamo di più è che fra tutte le edizioni del Gender DocuFilm Fest questa è stata quella più contingentata, compressa nei tempi, diminuita nel numero delle proiezioni, relegata in uno spazio collaterale e non più in una delle due piste centrali come nelle prime edizioni,  come se questo festival non stia perdendo solamente la sua fisionomia artistica (ormai documentari a tematica lgbt e non necessariamente riguardanti il genere), ma anche la fiducia del Gay Village che lo continua a ospitare sì, ma con meno entusiasmo di prima.

Se nei primi anni sostenuti dall’entusiasmo per alcuni film programmati ci auguravamo che il Festival fosse ospitato in un contesto più consono che quello festaiolo di un locale dove ballare e bere, adesso ci chiediamo se, in queste condizioni, il Gender DocuFilm Fest abbia ancora una ragione per esistere e se conti di più farlo non importi come, o sia invece più importante rimanere coerenti con una idea che ormai sembra non sostenerne più la programmazione e decidere di fermarsi, per riflettere e guardarsi intorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1 settembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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