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Bo Summer’s, “Nemmeno più ricordo chi io sia”. La Pagina dello Zio Bo

edward-munch-urlodi Bo Summer’s  twitter@fabiogalli61

 

 

 

Nel 1985, data fatidica, per me, come un taglio, una cesura, iniziavo la mia avventura letteraria. La tentazione di scrivere, negli anni precedenti, era stata forte. Ora c’era la tentazione d’essere letti. Nessun intervallo, nessun medicamento che potesse condurre allo scrivere. Questo lo sapevo. Già.
Il mio scrivere era come un manifesto utilizzo prepotentemente non maniacale – e nemmeno patologico – terrorizzato, questo sì, terrorizzato delle parole come materiali spuri, da ripulire, rivalutare. Continuamente: veri e propri residui della lettura e, probabilmente, dell’anima. Se mai una ci fosse stata.
Ecco. A volte mi torna l’interrogativo del perché di tutto quell’organizzare di allora. Quella imperfetta congerie di desideri che animava ogni mio tentativo di scittura. Perché questo, essa, è sempre stata: mai conclusa, mai definitiva nella sua incessante dinamica di desiderio d’apparire e ritrosia al Mondo, tutta uno svelarsi e subito rinnegarne l’apparizione, supportata dal nulla del dire, che consente, a chi scrive, di proseguire esponenzialmente all’infinito.
L’omaggio che qui faccio a quegli anni, prosegue con l’attacco a quella maledetta notte oscura, a quella capacità che è stata, di altri, di togliermi il respiro, di zittirmi facilmente fino all’attuale e inascoltata ripresa. La mia continua denuncia da subito vista da alcuni dell’ambiente come testardaggine, infinito maledettismo del ricordarglielo sul muso chi ero. Chi sono stato.
In tutti gli anni di obbligato silenzio, e attuale dimenticanza, s’ambienta questa mia furibonda visione onirica di niente e nullità. Ecco, è come una lamentazione premente e insostenibile della passione che muove da uno stupro di gruppo, un annientamento autorale che ancora mi ferisce, che annienta i valori, se mai ce ne fossero stati, e la pudicizia iniziale del mio essere scrivente.
La pochezza estrema di alcuni, che ordinarono l’oscenità senza remore del mio annientamento, la mia continua reticenza, per anni, al dire, al raccontare, al ritornare, all’esserci ancora. L’urlo disperato che non nomina direttamente chi e come e cosa e perché. E che nessuno chiede. Tutto questo come se la mia comunicazione fosse di uno squilibrato che al silenzio verbale e al vortice di pensamenti, opponesse la propria, ultima, sequela incalzante di pretese d’ascolto.
Al contrario, invece, la strepitosa descrizione degli atti avvenuta nei miei confronti, è didascalia della mia stessa condizione attuale, come se m’inventrassi nel nientetutto, come se spingessi umori spermali senza rientro e che colassero dappertutto la vuotezza delle parole: come se potessi andare via da qui, da questo scrivere che cola ovunque, che più non mi resiste nel dire, a chiunque!, ECCO, RIENTRO! ma via di qui, voi, maledetti che mi resistete, che non mi ascoltate, che non partecipare con piacere al mio gran lutto. Non scrivo più. Non importa. A me, a voi a nessuno. È il dialogo di un’anima confusa, col suo cuore “messo a nudo” e che ribadisce il dialogo insano tra ragione e passione, tra l’agguato e il tradimento perpetrato, ancora!,sì!, ancora!, un maledetto, occulto, inganno, un continuo voltarmi la schiena, chiudermi le porte di ogni comunicazione nella porca notte dell’oblio che fa sì che non ci possano essere tentativi di avvicinamento: le suppliche iniziali, la preghiera all’ascolto, si contorcono in cristi e bestemmie contro quegli uomini, che possano provare il mio stesso inferno, la fine di tutto, l’azzeramento assoluto di tutto il loro lavoro. Siate maledetti!, sì!, che di voi si dica male!, questo è il senso! La mia consunzione esistenziale e di scrivente, vi si ritorca contro avvolta in luci scure e sanguigne.
Dalla disperazione del mio presente, vi regalo nessuno spiraglio di speranza di conforto, un incerto futuro a pietire attenzione, nessun più presente e di non ritrovarsi più in nessuna delle parole che andate mettendo nero su bianco. Editori o Scrittori che siate. Male-detti.
Vi voglio qui, e adesso, nella farneticazione del non-ascolto. Voglio chiudervi la bocca. Per sempre. Venite qui. Con me, all’inferno dove nemmeno più ricordo chi io sia.

 

 

 

 

 

(7 novembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

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