Festival del Cine Español 2019: la memoria storica di Tomás Gutiérrez Alea #Vistipervoi da Alessandro Paesano

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di Alessandro Paesano #CinemaSpagna twitter@gaiaitaliacom Cinema

 

In questo terzo millennio in cui si sta perdendo il senso della memoria storica Memorias del subdesarollo (t.l. Memorie del sottosviluppo) (Cuba, 1968) di Tomás Gutiérrez Alea,  il grande regista cubano morto nel 1996, si impone per l’importanza del suo discorso politico e per il posto che ha nella storia del cinema e del pensiero rivoluzionario cubano.

Tomás Gutiérrez Alea è stato uno dei fondatori dell’Istituto cubano di arte e cultura cinematografica. I suoi film restituiscono una ricerca politica ed estetica nella quale l’impegno politico non si traduce mai in mera propaganda ma in una problematizzazione delle questioni del mondo proposte in un film ad alto contenuto emotivo e di intrattenimento. Il regista era infatti convinto che la denuncia politica non dovesse imporre al cinema la rinuncia allo spettacolo, che rimane il primo motore del film di lungometraggio ma, rifacendosi allo Eisenstein del montaggio delle attrazioni, deve suscitare idee nuove nel pubblico che vede il film, idee che costituiscono gli strumenti di una nuova lettura critica del mondo tanto quello mostrato nel film quanto quello reale.

Memoria del sottosviluppo parte così dal romanzo omonimo di Edmundo Desnoes nel quale si racconta di Sergio, un giovane borghese che vuole fare lo scrittore e rimane a l’Avana mentre sua moglie lascia l’Isola per andare negli States come tante altre persone. Siamo agli esordi della rivoluzione, appena dopo la caduta caduta della dittatura militare di Batista.

Lo sguardo di Sergio, la sua voce over, osservano e commentano le trasformazioni dell’isola, mentre grandi momenti della storia di Cuba vengono raccontati attraverso l‘effetto che hanno sul popolo dall’invasione della Baia dei Porci alla crisi dei missili.

La storia di finzione di Sergio, i suoi litigi con la moglie Laura, la storia d’amore con Elena, una ragazza del popolo che vuole fare cinema, con la quale Sergio vorrebbe condividere e coltivare i suoi interessi desiderio che lascia Elena del tutto indifferente tanto che Sergio, deluso, sparisce senza nemmeno darle una spiegazione, i ricordi di un amore di gioventù, il sesso a pagamento nei bordelli, diventano occasione per Gutiérrez Alea di mostrare i limiti dell’intellettuale borghese di Cuba.
Il sottosviluppo che Sergio afferisce alle donne che sono prive, a suo sentire, di qualunque curiosità intellettuale, è in realtà quello di Sergio stesso la cui visione elitaria e classista del mondo costituisce il vero tradimento politico della rivoluzione, tanto quanto le persone che per paura che quella rivoluzione faccia loro perdere tutto abbandonano il Paese.

Gutiérrez Alea non è manicheo e ci restituisce con sguardo autonomo e tutt’altro che apologetico le direttive politiche della rivoluzione mostrando da un lato l’erosione del governo rivoluzionario della proprietà privata (Sergio che vive di rendita con l’affitto di diversi appartamenti, ne viene espropriato ma non immediatamente bensì dopo un congruo numero di anni)  dall’altro una giustizia non ideologica che lo difende perché è borghese e ricco, dalle accuse di seduzione con le quali la famiglia di Elena lo trascina in tribunale, ponendosi in maniera critica e non propagandistica anche nei confronti di Castro e della sua politica estera mostrando chiaramente l’autonomia politica e culturale che gli e le intellettuali godevano nella Cuba rivoluzionaria castrista.

Girato in un bianco e nero – magnificamente restaurato dalla cineteca di Bologna in associazione con l’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematograficos (ICAIC), e il sostegno della George Lucas Family Foundation e The Film Foundation’s World Cinema Project, – Gutiérrez Alea usa gli stilemi del cinema sperimentale per imbastire un discorso politico di critica alla borghesia.

Le immagini si fanno glosse ai commenti in voice over di Sergio proponendo da un lato una riproposizione di immagini documentarie (dagli orrori della dittatura batista ai discorsi di Castro all’Onu) dall’altro una atomizzazione del racconto fatto tutto in flashback ma non lineare ma con continui avanti e indietro tra i ricordi e le esperienze del protagonista, e con una intelligente e innovativo impiego della ripetizione il litigio con la moglie che prima sentiamo in audio dal registratore che manovra Sergio e molto dopo vediamo sullo schermo nel momento in cui Sergio ne ricorda frammenti o riprova gli stessi stati emotivi di allora.
Una struttura narrativa composita ma tutt’altro che difficile o noiosa anzi ad alto coinvolgimento emotivo per quel montaggio delle attrazioni di cui si diceva.

La maggiore critica che Gutiérrez Alea fa a Sergio è quella di cannibalizzare il popolo che sfrutta come fonte di ispirazione per i suoi fini letterari (velleitari in realtà perché Sergio non produce niente) e personali senza una vera partecipazione emotiva.

All’epoca della sua uscita in Europa il film, che fu ben accolto anche per quel nitore formale che lo colloca tra il neorealismo e la nouvelle vague, venne frainteso e Sergio vene visto come personaggio positivo e le sue critiche alle donne sottosviluppate prese per buone, evidentemente stimolando una misogina strisciante che l’Europa non ha perso nemmeno oggi.
Gutierrez intervenne per correggere questo errore di prospettiva spiazzando l’establishment intellettuale europeo, segno ulteriore che la critica di Gutiérrez Alea coglie nel segno ed è efficace a denunciare le ipocrisie di qualunque classe borghese a Cuba come in Europa.

Gutiérrez Alea è anche il regista di Fragola e cioccolato (Cuba, Messico, Spagna, 1992) il film diretto a quattro mani con Juan Carlos Tabío, che denunciò i soprusi subiti dalle persone omosessuali a Cuba negli anni 70.

Le proiezioni al Festival del Cine Español di Memorias del subdesarollo costituiscono un’occasione importante per recuperare un momento di storia del cinema e non solo.

 




 

 

(6 maggio 2019)

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