di Giancarlo Grassi
La politica è piena di sorprese, quindi non stupisce nemmeno che i leader in bilico – quelli delle granitiche prolusioni sulle granitiche destre – siano costretti ad ammettere che l’unità della coalizione che non c’è mai stata si sia sciolta, oh aulica immagine!, come “neve al sole“. Come il ghiaccio in un mojito, insomma.
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Perché le cose partono da là. E’ stato infatti Matteo Salvini a dare il via all’autodistruzione di coalizione e politiche destriste dopo le improvvide uscite del Papeete alienandosi la fiducia di buona parte dei suoi, dentro e fuori la Lega, inaugurando un inarrestabile protagonismo iperattivo quanto inconcludente, a suon di dichiarazioni roboanti che duravano più o meno un’ora ciascuna, per arrivare al tracollo delle sconfitte elettorali a ripetizione (Emilia-Romagna, Toscana, Milano, Roma, Bologna, Napoli, Torino, si è salvata solo la Calabria, ma il candidato era di Forza Italia).
Ora è il turno dell’addio a Meloni, il de profundis del sovranismo fascistoide filo-ex blocco sovietico, e anche con Toti siamo al c’eravamo tanto amati con il presidente della Liguria pronto a staccare la spina alla sua giunta, portando la Liguria a nuove elezioni con l’ennesimo capitombolo del Capitano. Siamo al capitanombolo.
Se si considerano poi le mosse di Renzi, Toti e Forza Italia verso un grande centro e la dichiarazione di Berlusconi su Meloni (“Farà la fine della Le Pen”, che più di un vaticinio sembra una maledizione), capiamo di essere al preludio di una pentola a pressione [cit.], altro che ghiaccio sciolto in un mojito. Poi le dichiarazioni di Salvini: “Un anno per ricostruire” e di Tajani “Imparare dagli errori”. E puta caso che si voti col proporzionale (visto che col nuovo parlamento non è che si vedano molte altre scelte)?
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(6 febbraio 2022)
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