di Ghita Gradita
Crepo dal ridere con Checco Zalone e mi stupisco dei commenti di certa intellighenzia ghèi (che mi ha persino un po’ stufata) che si adombra per il monologo sulla trans brasiliana e nemmeno prende in considerazione che il pezzo è un ferocissimo attacco al patriarcato, del quale tanto si riempiono la bocca, e a quei maschi padroni che pestano la figlia lesbica, il figlio gay, buttano fuori casa l’erede trans e poi si nascondono nei cespugli per fare i loro porci comodi. Pagando. Certo ognuno pensa con la testa che ha. Che non è un giudizio di valore.
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Poi, in un’ennesima serata troppo lunga che è la cifra dei Sanremo targati Amadeus, arrivano un paio di perle: solo un paio, a nostro avviso. La prima è di un giovanissimo Matteo Romano che pur con troppi riferimenti mahmoodiani regala una bellissima canzone “Virale” che canta senza prendere mai fiato, bravissimo; poi arriva Elisa con la canzone perfetta. Lei canta come canta solo lei, è musicalmente indimenticabile e secondo noi vincerà questa edizione.
Poi Iva Zanicchi arriva con l’esuberanza di un panzer poco educato, canta una canzone già vecchia prima di essere composta e conclude dicendo “Per me il festival può finire qui”, quando per noi poteva finire anche prima di lei, per tornare alla discordanza di opinioni. L’orchestra non fa bene al brano di Giovanni Trotta che secondo noi aveva anche qualche problema di ritorno in cuffia. Ci sono poi differenti apparizioni di cantanti stonati che ci fanno chiedere come mai stiano lì.
Quindi la co-conduttrice: utilissimo e bello il suo monologo contro il razzismo, ma quanta emotività nel raccontarlo. E quanta poca contundenza. Meno male che Lorena Cesarini fa l’attrice.
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(3 febbraio 2022)
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