Una scrittura puntuali, precisa, rapidissima nel suo evocare il punto senza distoglierti dalla storia e lasciandolo lì, immobile come un neo, a segnare quella tua sofferenza evocata in quel preciso istante, non prima e non dopo e non per caso. L’avevano paragonata ad Anton Cechov e a Guy de Maupassant, ma Alice Munro scrittrice canadese nata nel 1931 da una famiglia poverissima, donna dalla vita travagliatissima, era unica. Nessun paragone era possibile.
Dal suo straordinario punto di vista unico e geniale, pima che femminile – perché se ne ha abbastanza di leggere celebrazioni post-mortem di scrittrici delle quali si osanna il punto di vista femminile – Alice Munro ha scritto racconti inimitabili, unici, irripetibili. Così inconfondibile il suo tratto che l’Accademia di Svezia le assegnò il premio Nobel per la Letteratura nel 2013 (e certi giornalucci italiani si stupirono perché In Italia chi la conosce?, che pena). Non vince il Nobel perché era donna con punto di vista femminile, ma perché autrice inimitabile nonostante il suo linguaggio solo apparentemente colloquiale e semplice.
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Leggetevi l’opera omnia e in lingua originale, se potete; perché le pur eccellenti traduzioni italiane non rendono giustizia alla sua scrittura straordinaria che ha reso uniche vite ordinarie di ordinarie persone comuni, famiglie, le loro pene, le loro gioie, i momenti in cui sono morte dentro e in cui sono diventate qualcos’altro. Un privilegio averla avuta e letta, un grande dolore sapere che se n’è andata e non scriverà più.
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(14 maggio 2024)
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