di Fabio Galli

Ugo Pierri è morto martedì 22 settembre, a Trieste, la città nella quale era nato nel 1937 e nella quale aveva scelto di vivere, lavorare, dipingere, scrivere, disturbare, ironizzare, prendere in giro il mondo e soprattutto evitare con ostinazione di diventare quello che spesso la cultura trasforma i suoi artisti in persone scomparse: un santino. Del resto, quando ancora pochi mesi fa Il Piccolo lo aveva intervistato, Pierri aveva messo subito le cose in chiaro, chiedendo che dall’intervista non uscisse appunto un santino e autorizzando persino il giornalista a «sputtanarlo», con quella combinazione di ironia e autodifesa che apparteneva profondamente al suo modo di stare al mondo.
Pittore, illustratore, poeta, scrittore, autore satirico, Pierri è stato uno di quegli artisti per i quali le definizioni finiscono per diventare rapidamente insufficienti, e forse proprio per questo amava inventarsene di nuove, come quel «pittore inediale» che gli apparteneva più di qualsiasi categoria ufficiale, mentre la sua scrittura si muoveva tra poesia, racconto, satira, pamphlet e invenzione, senza preoccuparsi troppo di stabilire dove finisse una cosa e cominciasse l’altra. La sua produzione attraversava la carta, il disegno, la pittura, i libri, i fogli satirici, le piccole edizioni, i tarocchi, Pinocchio, il calcio, la religione, la politica, la malattia, la memoria e quella quotidianità triestina nella quale l’umorismo non era una decorazione ma una forma di sopravvivenza.
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La sua vicenda artistica aveva avuto un passaggio decisivo nell’ambiente di Anita Pittoni, figura centrale della cultura triestina del Novecento, che lo aveva scoperto negli anni Sessanta e che appartiene a quella rete di relazioni intellettuali attraverso le quali Trieste ha continuato, spesso lontano dai riflettori nazionali, a produrre una cultura singolare, meticcia, irregolare, sospesa tra Italia e Mitteleuropa, tra provincia e apertura europea. Il fondo di Anita Pittoni conservato dal Comune di Trieste documenta del resto la presenza di Pierri nella sua cerchia già dagli anni Sessanta, attraverso disegni, fotografie, lettere e materiali relativi alle sue prime mostre.
Pierri aveva però scelto una strada diversa da quella dell’artista che costruisce metodicamente la propria carriera, coltiva il sistema delle relazioni, frequenta i vernissage giusti, presidia le occasioni giuste, impara a parlare di sé nel linguaggio che il sistema dell’arte desidera ascoltare. Le testimonianze su di lui insistono proprio sulla sua insofferenza verso il mondo mondano dell’arte e sulla sua scarsa disponibilità a trasformarsi in venditore delle proprie opere. Quell’insofferenza aveva poco a che fare con la posa ormai consumata dell’artista maledetto, e molto di più con una forma di indipendenza quasi artigianale, una maniera di difendere il proprio lavoro dalla sua immediata trasformazione in merce culturale.
La satira, in Pierri, nasceva da questa stessa posizione, e andava ben oltre il gusto di prendere di mira qualcuno o il piacere di costruire una battuta contro il potere, la religione, la società: era, più profondamente, una risposta alla pressione del mondo. In una vecchia intervista spiegava che la satira era il modo con cui cercava di contrastare verbalmente ciò che lo opprimeva, pur sapendo perfettamente che si trattava, nella maggior parte dei casi, di una battaglia persa. E proprio qui stava la sua forza: Pierri non sembrava avere bisogno della vittoria per continuare a combattere. Gli bastava non stare zitto.
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Questa ostinazione passava anche attraverso i suoi numerosi pseudonimi, le sue invenzioni editoriali, i suoi libri apparentemente marginali e invece perfettamente coerenti con una poetica che rifiutava la rispettabilità letteraria. Aiku lokali, Football Party, Noi parrocchiani, La gabbia del pane, Icaro depennato, Mamie Blu, In JHS we trust, in JVD we must, fino a Ossetia. L’eco del popolo oppresso: già soltanto i titoli raccontano un artista che non aveva alcuna intenzione di mantenere separati il sublime e il ridicolo, la poesia e la bestemmia, il gioco e la denuncia, il libro e il foglio clandestino, la letteratura e il gesto.
E forse proprio Ossetia dice qualcosa di essenziale sul suo modo di intendere l’arte. Un foglio satirico distribuito per posta, costruito come una specie di pubblicazione privata e insieme pubblicissima, perché ciò che nasceva fuori dai circuiti ufficiali poteva comunque arrivare a qualcuno, irritarlo, divertirlo, costringerlo a guardare una cosa da un’angolazione diversa. Non c’era bisogno, per Pierri, di aspettare il museo, la grande mostra, la consacrazione critica. L’opera poteva essere una carta, un disegno, un foglio, una poesia, una storia raccontata in un’osteria, un’immagine apparentemente ingenua che all’improvviso si metteva a mordere.
Anche la sua scrittura appartiene a questa libertà. Nelograd, il racconto lungo pubblicato dal Battello stampatore nel 2019 e oggi accolto dal Museo LETS di Trieste nella sua collana di audiolibri, costruisce attorno a un’osteria della periferia della città un piccolo universo umano nel quale gli avventori, i loro racconti e la memoria della guerra finiscono per incontrarsi, facendo passare la Storia attraverso le voci di uomini comuni. È un altro esempio di quella capacità di Pierri di trasformare il marginale in materia narrativa, senza bisogno di nobilitarlo prima, perché la dignità della storia nasce dalla voce che la racconta e non dall’importanza ufficiale di chi la pronuncia.
Pierri apparteneva dunque a una Trieste che rischiamo di perdere insieme alle persone che l’hanno abitata: una Trieste di artisti, scrittori, eccentrici, autodidatti, editori minimi, fogli improbabili, osterie, discussioni, amicizie, polemiche, linguaggi mescolati e intelligenze che non avevano bisogno di trasformarsi immediatamente in carriera — una città, più che un’epoca migliore, nella quale poteva ancora esistere una figura come Ugo Pierri, capace di passare dalla pittura alla poesia, dalla satira al racconto, dal tarocco alla politica, dal calcio alla memoria, senza chiedere il permesso a nessuno e senza preoccuparsi troppo che qualcuno riuscisse a ricomporre tutto in una definizione.
Il suo lavoro figurativo, del resto, non è separabile da questa disposizione mentale. Pierri ha lavorato con tecniche diverse e su materiali diversi, soprattutto carta, affrontando temi politici, sociali, religiosi e fiabeschi, ma anche il mondo dei tarocchi e delle immagini popolari. Una mostra dedicata ai suoi Tarocchi ricordava già vent’anni fa la sua lunga attività espositiva e la sua capacità di muoversi tra pittura e illustrazione, mentre le sue opere erano utilizzate anche per pubblicazioni, manifesti e materiali editoriali.
Ma ciò che resta più interessante, oggi, non è l’elenco delle sue mostre, dei suoi libri o delle sue tecniche, per quanto necessario sia ricordarlo, bensì il modo in cui Pierri aveva costruito una figura artistica che sembrava continuamente sfuggire alla propria definizione. Ogni volta che qualcuno tentava di sistemarlo in una casella, lui sembrava aggiungere un’altra identità, un’altra firma, un’altra invenzione, un altro foglio, un’altra provocazione. Non perché avesse bisogno di moltiplicarsi: aveva capito, piuttosto, una cosa che il sistema culturale tende a dimenticare — un artista diventa facilmente innocuo quando lo si riesce a definire una volta per tutte.
Pierri, invece, rimaneva mobile.
E questa mobilità era anche la sua forma di libertà. Pittore «inediale», poeta, scrittore, illustratore, satirico, autore di fogli, uomo di calcio, osservatore della città, Pierri non sembrava interessato a scegliere quale di queste identità dovesse essere quella vera. Le teneva tutte insieme, spesso facendole entrare in collisione, perché era proprio dalla collisione che nasceva il suo lavoro. Il serio veniva contaminato dal comico, il sacro dal profano, la poesia dalla caricatura, la memoria dalla beffa, la politica dal grottesco.
Per questo oggi, davanti alla sua morte, sarebbe quasi offensivo trasformarlo troppo rapidamente in una figura rispettabile, ordinata, finalmente riconciliata con la storia dell’arte e della letteratura — addomesticarlo proprio adesso che non può più protestare, ricomporlo in un «grande artista» secondo le formule della commemorazione o in una carriera lineare che non gli apparteneva mai. Gli si deve, piuttosto, che si continui a guardare quello che ha fatto, possibilmente con la stessa diffidenza con cui lui guardava il mondo.
Ironico, dissacrante, provocatore, certo. Ma anche ostinato, artigiano, scrittore, pittore e soprattutto irriducibile. Uno di quegli artisti che non sembrano appartenere completamente nemmeno alla propria epoca e che proprio per questo, quando muoiono, lasciano un vuoto difficile da misurare con le categorie abituali.
A Trieste, oggi, se ne va Ugo Pierri. E forse la maniera più giusta per ricordarlo è non cercare di metterlo a posto.
(22 settembre 2026)
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