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Rendez-vous Festival, Chomsky di Michel Gondry fa il tutto esaurito

Michel Gondrydi Alessandro Paesano

E dopo l’anteprima a inviti del film di Bertrand Tavernier, che, ahinoi, ci siamo persi, ieri si è ufficialmente aperta la quarta edizione di Rendez-Vous nuovo cinema francese un festival che, con una quarantina di titoli, propone un panorama del cinema contemporaneo d’oltralpe in anteprima nazionale, più qualche titolo in bianco e nero, meravigliosamente restaurati.

Un festival itinerante che dopo Roma toccherà Palermo, Bologna, Torino, Milano, e per la prima volta, la città di Napoli che dà visibilità ai film di una cinematografia importante come quella francese che non sempre arrivano in Italia.
Il festival è realizzato dall’Institut français Italia, in collaborazione con Unifrance films, e la partecipazione dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, il sostegno dell’Institut français, della Fondazione Nuovi Mecenatifondation franco-italienne pour la création contemporaine, de l’Hotel Sofitel Rome Villa Borghese, di Yves Saint Laurent Beauté e di Groupama Assicurazioni mentre Bnl è main sponsor.
Insieme propongono un progetto culturale molto seguito non solo perché in Italia c’è fame di film francesi ma perché lo Stato francese sa benissimo che con la cultura si mangia a differenza di quello italiano che investe una percentuale irrisoria del pil in cultura lasciando il compito alle sole istituzioni locali (in questo caso alla Regione Lazio).

Ieri alla proiezione di apertura la sala due del cinema Quattro Fontane era sold out nonostante il film fosse un documentario d’animazione. Rendez-Vous 2014

Is the Man Who Is Tall Happy? An Animated Conversation with Noam Chomsky (Francia, 2013) di Michel Gondry (che, nonostante i film internazionali  in lingua inglese come lo splendido Se mi lasci ti cancello è autore francesissimo) è incentrato su una lunga intervista a Noam Chomsky, il fautore della grammatica generativa, una delle più importanti teorie linguistiche dello scorso secolo, nonché attivista politico anarchico che per le sue idee politiche è stato in galera più volte.

L’intervista è sostenuta visivamente da una serie infinita di animazioni fatte con il banco ottico, che illustrano, commentano, interpretano le considerazioni di Chomsky.

L’intervista è stata fatta a più riprese, con una 16 mm il cui rumore della cinepresa entra nel sonoro ed è alternata a considerazioni di Gondry.
Considerazioni sulla natura e sulle motivazioni delle domande che pone al grande linguista e allo scarto con cui Chomsky ha inteso e risposto ad alcune delle quali, facendo una glossa al processo di lavorazione più che alle sue risposte.
La lavorazione del film è durata più di due anni, per portare a termine le animazioni che richiedono tantissimo tempo, e che Gondry ha realizzato in analogico e non in digitale, portandola avanti con determinazione anche mentre girava un altro film, perché voleva presentare il film finito a Chomsky, che ha 86 anni, prima della sua morte.

Il film è una delle interviste più belle che esistano su pellicola.
Chomsky ha la capacità di spiegare le cose con una semplicità che arriva al pubblico più vasto ed eterogeneo immaginabile.
Gondry isola frasi e parole animandole graficamente mentre le immagini delle riprese in 16mm sono solo delle piccole finestre incastonate nel panorama complesso di animazioni.
Il film è squisitamente bilingue.
L’intervista a Chomsky è inglese (così sentiamo l’assurdo accento francese quando Gondry parla in quella lingua) mentre le sue considerazioni sono in francese con una trascrizione in inglese che vediamo comparire sullo schermo con una animazione grafica.
Al di là del Gondry cineasta che conferma un genio creativo che sa rinnovarsi in ogni film, quel che sorprende in questo documentario sono le domande che Gondry pone a Chomsky che variano dalla sua vita in famiglia, ai suoi ricordi di infanzia (dimmi qual è il primo ricordo che hai della tua vita) affrontando una serie di argomenti che si innervano e inanellano tra neuroscienze, politica, storia (comprese le deportazioni naziste) e antropologia.
Troppe le considerazioni che Chomsky fa nell’intervista per poterle restituire qui con la necessaria attenzione.
Un motivo in più per vedere il film che, miracolosamente, uscirà in Italia  grazie alla neonata I Wonder Pictures.
Vi proponiamo solo la spiegazione del titolo del film che è una frase con la quale Chomsky dimostra (o crede di dimostrare) che certe strutture della lingua siano già presenti nel cervello dalla nascita, geneticamente determinate.
La domanda Is the Man Who Is Tall Happy ? (è l’uomo che è alto felice?) si forma, in inglese, spostando il verbo essere all’inizio frase modificando così la frase affermativa The man who is happy is tall (l’uomo che è felice è alto).Michel Gondry Film

Chomsky si chiede come mai nell’infanzia non ci si sbaglia e invece di prendere, com’è giusto, il secondo verbo essere e portarlo a inizio frase, non si porti a inizio frase il primo verbo essere che si incontra nella frase rendendola Is the man who tall is happy.
Chi ci dice, nell’infanzia, qual è il giusto verbo essere da spostare?
Il criterio di semplicità indicherebbe il primo dei due verbi essere, se si sceglie sempre il secondo è perché, dice Chomsky, seguiamo un istinto che precede l’esperienza. Un istinto che è già strutturato nella nostra mente dalla nascita.

C’è solo una improvvisa caduta di gusto e di credibilità storico scientifica nel film ed è quando Gondry, con una inammissibile domanda maschilista, chiede a Chomsky come mai le donne, dice proprio così, commentando che se sua moglie lo sentisse parlare così lo ucciderebbe (non solo sua moglie monsier Gondry, non solo sua moglie) credono nell’astrologia.

E la risposta di Chomsky è altrettanto piena di luoghi comuni quando spiega che anche Newton praticava l’astrologia, dimenticando di dire però che per tutti gli scienziati di quel periodo l’astrologia era un mero mezzo di sostentamento economico…

Rendez-vous numero quattro non poteva aprirsi in maniera migliore.

La sala stracolma dovrebbe dire qualcosa alla nostra distribuzione che teme a portare i film francesi in Italia per quello stupido maledetto luogo comune che i film francesi siano lenti o noiosi.

I film di questo festival dimostrano quanto questo luogo comune sia infondato e ingiusto.

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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