Romeo e Giulietta Post Scriptum di Annika Nyman o dell’amore tra uomo e donna oggi

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Selene Gandini - Giovanni Anzaldodi Alessandro Paesano

Romeo ha appena ucciso Paride. E’ sporco di sangue, sconvolto, terrorizzato. Giulietta, che ha assistito all’omicidio, gli sta accanto ma è meno sconvolta, solidale al ragazzo per il quale ha deciso di abbandonare tutto, status sociale e famiglia.

Queste sono le coordinate narrative, morali e politiche sulle quali Annika Nyman imbastisce il suo Romeo & Juliet post scriptum, pensato a partire dall’esigenza di far lavorare un attore e un’attrice sulle due icone moderne dell’amore eterosessuale occidentale.

Accortasi che nel testo del Bardo Romeo e Giulietta hanno poche scene insieme, Nyman ha scritto un dialogo di 50 minuti circa nel quale prende spunto dal finale del testo shakespeariano ribaltandone la tragedia e facendo riuscire l’escamotage che i due innamorati proibiti hanno architettato per sottrarsi alle ingerenze familiari e vivere il loro amore.

Vivi e liberi Romeo e Giulietta si guardano e sembrano chiedersi e adesso?

Una domanda che Nyman disinnesca subito dei suoi effetti dissacratori facendo incombere su Romeo un quesito che investe, allora come ora, il portato del dover essere maschile: visto che già dimostrato di essere capace di assassinio, sarò violento anche con la donna che dico di amare?

Giulietta gli risponde negativamente sottraendosi al ruolo deputato di capro espiatorio e gli (di)mostra infine la sua vera natura.
Il confronto tra il maschile e il femminile così allestito da Nyman è un capolavoro di sincretismo tra il dover essere shakespeariano e quello della nostra contemporaneità.

La contestualizzazione storica della piéce al nostro presente (lo attestano alcuni riferimenti a film e personaggi dell’immaginario collettivo mediatico internazionale mutuato dagli anni ’80) serve all’autrice svedese non tanto a riattualizzare la storia d’amore tra Romeo e Giulietta, il cui focus è universale e atemporale, quanto a indicare come sia l’immaginario collettivo il collante dei ogni società, entro il quale le esperienze affettive, di ognuno e ognuna di noi, familiari e non, acquistano in prospettiva un senso, un significato.

La modernità del Bardo viene confermata dall’attualità delle problematiche che Romeo e Giulietta devono affrontare e che Nyman riesce agevolmente a trasportare ai giorni nostri con una scrittura a doppio filo che lega l’allora all’ora.

Il dover essere dell’uomo e della donna, l’essere amati e amate all’interno di una compagine familiare incombente e sprovveduta costituiscono il focus della piéce che Giorgia Lepore riesce a restituire e sottolineare sia nella traduzione che nella regia tramite alcune notazioni originali (la corda che lega Romeo e Giulietta per i polsi, più un coup de théâtre che non riveliamo).

Nella sua messinscena Lepore si affida all’interpretazione magnifica di Selene Gandini e Giovanni Anzaldo.

Gandini sa passare con una spontaneità sorprendente dalla tenerezza infantile della ragazzina quasi quattordicenne alla determinatezza spietata tradizionalmente maschile e invece, a prescindere dal sesso, squisitamente umana, con la quale vuole sottrarsi al retaggio familistico più che familiare dei Capuleti.
Giovanni Anzaldo ci regala un Romeo pavidamente legato al padre (la madre è morta suicida) che alterna al malessere per il timore di un retaggio da maschio violento la dolcezza virile con cui vorrebbe tornare nella casa paterna, facendo da contraltare ideale alla Giulietta di Gandini, splendidamente donna ma non femmina.

Nyman – o forse Lepore, non abbiamo avuto modo di leggere la traduzione dall’inglese sulla quale la regista ha lavorato per la sua traduzione in italiano – sembra preoccupata più delle codificazioni sociali del maschile, da quello irriso di Paride (il cui nome poco virile viene dileggiato in una imitazione canzonatoria che lo descrive come un figlio di papà poco avvezzo alle avversità della vita) a quello spaesato e smarrito di Romeo, che a quelle del femminile.
La Giulietta del testo è molto più decisa all’auto-emancipazione e determinata per questo a tagliare i ponti con la propria famiglia di quanto non sia disposto a fare Romeo, senza che questa determinatezza spietata la renda meno vulnerabile: quando Romeo le rinfaccia gli inadempimenti di papà e mamma Capuleti Giulietta ne rimane colpita, ma questo la rende “solamente” umana non già femminilmente fragile.
Ci sarebbe piaciuto che questa determinazione femminile venisse messa più in luce invece di darla in qualche maniera per scontata, concentrandosi di più sui limiti maschili di Romeo cui il testo o, forse, la regia, tradiscono una maggiore simpatia.

Un testo di rara efficacia anche nella sua capacità di non avere una virgola di troppo, portato in scena con intelligenza e sensibilità da due interpreti memorabili che invogliano a rivedere lo spettacolo anche una seconda volta.

Potete farlo fino al 1 giugno, ricordandovi dello iato tra il 24 e il 26 maggio, durante il quale non sono previste repliche.

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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