#Visti per voi, La Casa Vittoriana degli Spettri, al Teatro Antigone in Roma

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La casa vittoriana degli spettridi E.T.  twitter@iiiiiTiiiii

Lo spettacolo si apre e si chiude con un grido, perché di spettri si tratta e nell’horror cinematografico esistono le grida, non dopo avere condito di effetti sonori (uno schianto ed un’ambulanza) il buio che ci introduce alla storia.

Lo spettacolo ha un pregio che ha il nome di Alessandro Giova, folletto incontenibile che con il suo talento illumina la scena, un attore eccellente, e si ispira liberamente al romanzo “I fantasmi della vita” di Cristian Precamedi Conte che non abbiamo avuto la fortuna di leggere – ma non si preoccupino, non mancheremo – e che speriamo sia migliore della riduzione o adattamento teatrale che dir si voglia, cui abbiamo assistito.

Viviana Lentini è autrice dell’adattamento, regista e cura anche il disegno delle luci (oltre a firmare il foglio di sala con nome e cognome alla fine di una improbabile quanto presuntuosa presentazione), ed è così impegnata a fare tutto da dimenticarsi che bisogna farlo anche bene.

Lo spettacolo ruota attorno alla figura di alcuni fantasmi rimasti in un limbo perché prigionieri di un rimpianto (quando si dice l’originalità) e per liberarsi del limbo e volare nell’aere (come il Grande Cocomero), devono liberarsi dalle catene del rimpianto come fa una dei fantasmi di cui sopra diventando buona [santa madonna!]. I fantasmi raccontano la loro storia ad uno sfigato che non solo è tra la vita e la morte a causa di un incidente, ma non sa nemmeno dove si trova (proprio la stessa cosa che succede all’attore che lo impersona). Dopo la quarta confessione uno ha anche l’orchite, ma non paga l’autrice-regista-disegnatrice-di-luci-autrice-del-programma-di-sala-per-ben-tre-volte-il-mio-nome-sullo-stesso-foglietto ci regala altre quattro o cinque storie tutte imbastite con lo stesso spago: senso di colpa, dove mi trovo, come mi chiamo, qual è il senso della vita (ma l’autrice ha tutte le risposte), l’utilizzo di improbabili dialetti che tengono così impegnati gli attori da far loro dimenticare il basilare concetto dell’articolazione vocale, non che si pretenda, per l’amor del cielo, e la solita mania della musica altissima in scena che a volte copre i dialoghi. E non è detto che sia un male.

Alcune chicche: l’attore principale (lo chiamano Ragazzo, faremo lo stesso anche noi) parla di “sette minuti alla mezzanotte”, aggiunge altre tre parole e siamo già a “quattro minuti alla mezzanotte”, fa fisicamente quattro scalini e dice che sono tredici, alza un telefono, si dà il tempo di ascoltarne il tono e solo dopo avere composto tre numeri dice che non funziona.

Son ragazzi, si dirà. Appunto.

Il testo è farcito di una battuta antiomofobia, che non fa mai male (ma è un uomo che trasmette l’HIV a un altro uomo, come mai non una donna invece? e la nostra non è solo una domanda…), di un arringa su gesù cristo che se ne poteva fare a meno considerando che di gesù cristo ne hanno parlato tutti soprattutto quelli che non avevano i mezzi per farlo, della filosofia che si evince dai discorsi di cinquantenni in menopausa che si bevono un tè in centro il sabato pomeriggio, da scene d’amore ritrovato tra fantasmi morti a cinquant’anni di distanza l’uno dall’altra con sottofondo di musica da Mulino Bianco e da un buonismo esacerbato mutuato dai programmi tv di Maria De Filippi.

Son ragazzi, si dirà. Appunto.

Una chicca: il testo cita Albert Camus, che uno degli attori (che regala un improbabile accento emiliano) pronuncia Camiù. La “u” francese è un’altra cosa. Come il teatro.

In chiusura di spettacolo il diavolo che è padrone di casa e dispensatore di indulgenze nello stesso tempo ed un finale che si vorrebbe aperto se l’autrice non lo avese chiuso almeno venti minuti prima.

Applausi della congrega amicale di groupies giunta al Teatro Antigone (delizioso spazio a Testaccio, dove si gode della sempre calorisissima accoglienza di Bianca e Silvia, le due direttrici della sala) per sostenere gli amici in scena, dopo il colpaccio finale dove gli attori gridano al pubblico nel tentativo di spaventarlo (sì! viva l’horror!) perché è uno spettacolo di fantasmi uasch! uasch! uasch!

Il magico programma di sala, nelle prime due righe, dice così: “La casa vittoriana degli spettri è una commedia gotica divertentissima ricca di colpi di scena che terranno lo spettatore incollato alla sedia!”…

Ah, sì?

 

 

 

 

 

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