Roma Fringe Festival, la bella sorpresa del teatro fisico di “Migrazioni” #Vistipervoi

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di Alessandro Di Silvestro

Iersera al Fringemig10, la kermesse estiva di Roma che incanta e frastorna proponendo ogni sera nove spettacoli nove programmati su tre palchi diversi en plein air, frequentatissimi di un pubblico incuriosito da un’offerta varia e mai uguale, abbiamo avuto la fortuna di assistere a Migrazioni uno spettacolo delizioso che racconta con la cura del teatro fisico di Lecoq di due giovani donne che lasciano il paese di appartenenza per approdare, dopo un viaggio che le vede peregrinare per terra e per mare, in un Paese nuovo, pieno di facce nuove (quelle del pubblico) dinanzi le quali le due donne si rivolgono con disinvoltura prima di sparire dietro le quinte raccomandando silenzio. Il racconto procede attraverso una narrazione fisica, gestuale e visiva, nella quale confluiscono elementi di mimo, grande fantasia nell’impiego degli elementi di scena, alla ricerca di un linguaggio universale anche rispetto il tema trattato.

Migrazioni si fa vedere con piacevolezza per la bravura delle due interpreti, che firmano anche la drammaturgia, Serena Telesca e Caterina Bencini, italiane ma affiliate a un collettivo teatrale belga, che sanno far entrare nello spettacolo anche le non poche difficoltà tecniche subite in seguito al forfait – causa imprevisto malessere – del tecnico di consolle che doveva assisterle.
Uno spettacolo nel quale si respira un teatro che sa far riflettere divertendo senza scadere nella retorica o prendersi troppo sul serio, che la serietà sta nella cura con cui fai il tuo lavoro non nell’atteggiamento che assumi sopra e fuori del palcoscenico.

gabbia-di-carne-photo21-680x1024@2xPoi ci siamo divertiti di meno ad assistere alla Gabbia di carne di Luca Gaeta, titolo che non promette nulla di bene, nel quale una ragazza seminuda ci racconta dei suoi incidenti di chirurgia al seno in seguito ai quali rifiuta il suo corpo improvvisamente putrido e pieno di ferite (mentre il corpo dell’interprete, Valentina Ghetti, che si offre allo sguardo del pubblico è un tripudio di bellezza e forme perfette). Intanto il regista, temendo forse che da sola in scena la sua attrice non bastasse, la doppia con delle videoproiezioni che si fanno più interessanti di un testo che non sa decidersi se raccontarci la storia di una fisicità imposta dalla società oppure l’incauta vanità di una giovane avventata (come crediamo il testo serbi in cuor suo).
Una indecisione dalla quale siamo usciti tanto frastornati da decidere di non vedere il terzo spettacolo e tornarcene a casa pensando ancora a Migrazioni che ci è piaciuto tanto tanto.
24 giugno 2014

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