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Gaiaitaliacom intervista Francesca De Sanctis, curatrice della rassegna “A Roma! A Roma!”, al Teatro Due di Roma

Francesca De Sanctis 00di G.T.

Francesca De Sanctis (Cassino, 1976) è giornalista professionista dal 2002. Vicecapo delle pagine di Cultura e Spettacoli e critico teatrale de l’Unità, ha iniziato a lavorare per il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 2001. Negli anni precedenti ha collaborato con Il Messaggero, Il Mattino, La Gazzetta di Reggio Emilia e Il Resto del Carlino. E’ ideatrice e direttrice artistica del Festival di Teatro civile CassinoOff.

A Roma, al Teatro Due, spazio nel centro a due passi da Piazza di Spagna, ha organizzato la bella rassegna “A Roma! A Roma!”, che su queste pagine abbiamo avuto modo di recensire in alcune occasioni. Ci è piaciuta molto la sua direzione, ma anche quel modo per così dire, sfacciato, di spiegare cosa sta succedendo a Roma nel mondo del teatro e le ragioni per cui la rassegna da lei curata è nata.

Non abbiamo resistito, il nostro spiriti irriverente può più della nostra volontà e le abbiamo richiesto questa intervista che ci ha gentilmente concesso.

“A Roma! A Roma!” è un coraggioso tentativo di far uscire il teatro dalla palude in cui si è cacciato…

Ci proviamo… Il teatro italiano, e Roma in primo luogo, sta vivendo un momento particolarmente difficile. Questa rassegna è un timido tentativo di smuovere quelle acque paludose. Certo, un solo sasso lanciato nello stagno può fare poco, ma mi pare che proprio i piccoli teatri siano spesso i più agguerriti. Se a una voce se ne aggiunge un’altra e poi un’altra ancora magari quelle voci diventano un piccolo coro e allora, forse, qualcuno riuscirà a sentirci.

Nella presentazione della rassegna Lei individua alcune ragioni legate alle difficoltà che il teatro incontra in questi anni, può riassumerle per i nostri lettori?

Le difficoltà sono tante sì, e sarebbe troppo lungo riassumerle tutte in questa sede. Mi limito ad elencare le ragioni che hanno spinto me e Marco Lucchesi, direttore del Teatro Due, ad organizzare questa rassegna (dopo il mio articolo su l’Unità in cui sottolineavo la mancanza di spazi per le compagnie non romane). Ragioni legate, appunto, ad alcune problematiche, a partire dalla difficoltà di esibirsi a Roma ormai inaccessibile per molte compagnie teatrali (che spesso producono spettacoli senza avere alcuna possibilità di circuitare): gli spazi chiudono (vedi il Teatro Eliseo, il Valle e ora il sequestro del Rialto Sant’Ambrogio), e quelli che resistono spesso si vedono costretti a chiedere un affitto da pagare  alle compagnie; le risorse destinate ai teatri e alla cultura in generale sono sempre più scarse (basta osservare i tagli di Roma Capitale che ha decurtato del 90% le risorse destinate al RomaEuropa Festival); mancano gli interlocutori e ormai in pochi si permettono di rischiare prediligendo scelte più “sicure”. E la stessa riforma del Teatro, così tanto attesa, risponde a logiche puramente algebriche più che qualitative…Il panorama che si è andato prefigurando, tra l’altro, con la nascita dei Teatri Nazionali è quello di un Paese spaccato in due, che ha in tutto il Sud un solo Teatro Nazionale (Napoli). Nonostante gli sforzi, purtroppo i problemi restano tanti: dalla distribuzione agli investimenti spesso assenti o sbagliati, dal mancato ricambio generazionale alle scarse tutele per i lavoratori del settore.

La sua rassegna contiene nomi di richiamo come Laura Curino, Ermanna Montanari o Marco Martinelli che sono parte di una certa avanguardia ormai “istituzionalizzata” che calca le scene da decenni, non ritiene questa istituzionalizzazione di certo teatro una volta definito di ricerca, una causa della mancanza di spazi per giovani realtà?

No, non credo. Certamente le giovani realtà soffrono molto di più della mancanza di spazi, ma per altre ragioni, per esempio per una cattiva politica culturale. Fare teatro oggi è difficile per tutti. Il problema riguarda in modo trasversale tutte le generazioni, tanto è vero che nel programma di “A Roma! A Roma!” ci sono sia artisti che possono vantare una lunga carriera come Ermanna Montanari, Laura Curino, Massimo Verdastro, Barbara Valmorin, sia giovani compagnie, da Instabili Vaganti a Ilaria Dalle Donne.  Ho scelto di inserire nella rassegna generazioni diverse per instaurare una sorta di dialogo fra loro.

Affittacamerismo ed egopatia: come lega questi due termini alla scena teatrale di oggi?
I termini che ha usato si commentano da soli…

Con “A Roma! A Roma!” lei si è presa un rischio non solo culturale. Ne è consapevole?
Ah si? Consapevole di non esserne consapevole.

Nella presentazione di “A Roma! A Roma!” lei parla di “accogliere le compagne”, al di là dello spazio del Teatro Due, questo come sarebbe possibile su vasta scala?

Adottando una politica di accoglienza, appunto, che significa aprire sopratutto ai giovani e alla drammaturgia contemporanea, puntando sulla qualità. Negli ultimi anni i nostri Stabili si sono scambiati fra di loro le grandi produzioni. “Tu prendi un mio spettacolo, io ne prendo uno tuo ecc..”. E’ un modo di ragionare chiuso, vecchio e sbagliato. Quando si hanno delle buone idee e un pizzico di coraggio, invece, (quasi) tutto è possibile. La mancanza di risorse pubbliche, chiaramente, è un ostacolo non da poco, per questo oltre alle istituzioni anche il ruolo dei privati può diventare importante. Ma credo che si tratti soprattutto di una questione di volontà, bisognerebbe osare e mettere le persone giuste alla guida dei nostri teatri.

Cosa direbbe a chi decide di investire i propri soldi in una produzione di dubbio livello – se ne vedono tante a Roma – in teatri a pagamento, per un pubblico di amici?
Direi che se dispone di soldi da buttare allora faccia pure, altrimenti meglio investirli in qualcosa di cui ne valga davvero la pena…

“A Roma! A Roma!”, continuerà?

E chi lo sa… vedremo, ma la rassegna è il frutto di uno sforzo collettivo che non credo sarà facile replicare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(7 marzo 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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