Biennale d’Arte, il padiglione dell’Islanda pone interessanti interrogativi. Ce ne parla Emilio Campanella

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Biennale Venezia 2015 - 02 Moschea Islandadi Emilio Campanella

Il padiglione islandese alla 56a Mostra Internazionale d’Arta. la Biennale di Venezia. Un’installazione dal titolo: THE FIRST MOSQUE IN THE HISTORIC CITY OF VENICE; il luogo: Chiesa di Santa Maria della Misericordia; l’artista è Christoph Buchel, nato a Basilea nel 1966. Le date della manifestazione, sono dall’inizio della Biennale di quest’anno, sino al 22 Novembre… forse!

L’iniziativa sta suscitando un vespaio di polemiche, proprio a ridosso, fra l’altro, di elezioni regionali e comunali, con affermazioni, talvolta, veramente iperboliche da parte di personaggi, peraltro, non in lizza per la candidatura a sindaco, ma, si sa, basta farsi notare, fare la propria boutade…! Comunque, il problema si pone, siccome il luogo , bellissimo, ben restaurato e ben allestito come moschea, ha inequivocabilmente l’atmosfera del luogo di culto. E ne ha anche la logistica.

Se Buchel voleva suscitare una discussione, peraltro stimolante e creativa, c’è riuscito in pieno. Ora si tratta di vedere se il commissario riuscirà a produrre il documento attestante l’assoluta estraneità del luogo abbandonato dal 1969, ed in rovina alla sacralità cui era destinato nella sua lunga storia. I proprietari affermano che l’edificio è sconsacrato, alcune voci sostengono che nessun luogo può, in realtà, mai esserlo…tema impervio e sfaccettatissimo. I giornali nazionali e soprattutto quelli locali, si occupano quotidianamente della faccenda. Certo, se alla data del 20 Maggio la situazione non verrà chiarita, l’opera, rischia la chiusura.

Fase strana… Situazione strana…

Certo il problema dovrebbe, prima o poi, essere affrontato, in modo da regolare una situazione in sospeso da anni, e certo l’artista ha colto nel segno stimolando il dialogo. I più aperti propongono un dialogo fra gli esponenti delle tre religioni mosaiche… Altri sono su posizioni rigide, sostenendo le loro cattedre di studiosi di teologia, e si rifiutano di togliersi le scarpe per entrare, siccome si tratta di un’opera d’arte e non di un luogo sacro, non pensando che alle mostre, spessissimo ci si toglie le scarpe per entrare in ambienti “speciali”. Umane arroganze.

A poca distanza, a Palazzo Mora, per la bellissima mostra: PERSONAL STRUCTURES, Crossing Borders, ci si toglie le scarpe due volte, per due differenti installazioni; a Santa Maria della Pietà, Yahon Chang presenta THE QUESTION OF BEING ed affresca tutta una sala, compresi i vetri delle finestre ed il pavimento: ovviamente si entra scalzi, ma si sa che quando si vuole essere intransigenti ci si dimentica di tutto pur di sostenere le proprie posizioni a tutti i costi.

Non intendo dire che il problema sia facile, non lo è per nulla, ma questo, sicuramente è il modo peggiore per affrontarlo.

Desidero concludere su una nota più leggera, nella speranza che la minaccia della chiusura venga scongiurata.

Non tutti sanno che questo episodio ha un precedente a pochi passi, nella Scuola Grande della Misericordia, sontuoso edificio sansoviniano dove quasi due anni or sono, durante la lavorazione di PIZZA E DATTERI, per la regia di Fariborz Kamkari, giovane regista curdo iraniano (I FIORI DI KIRKUK) venne allestita una moschea per la finzione scenica, e, debbo dire, con un risultato estetico mozzafiato, lampade veneziane, tappeti moderni bellissimi, ed altri meravigliosi, antichi, sullo sfondo di un sontuoso, grandissimo edificio rinascimentale. Il film è in uscita e verrà presentato in anteprima a Venezia, dove è stato girato,il 27 Maggio. Ora debbo osservare che in quella occasione i musulmani che passavano e vedevano la moschea allestita, anche solo dall’esterno, avevano moti di giubilo nella speranza di veder realizzato un loro sogno irraggiungibile, quello stesso dei protagonisti del film: un gruppo di simpatici musulmani alla ricerca di un luogo per pregare, raminghi in tutta la città.

Nella storia il luogo scelto era un’antica sinagoga abbandonata che la comunità ebraica donava a quella musulmana! Posso dire dall’interno, avendo lavorato vari giorni come figurante, che il pedale della commedia (spesso vincente) mi sembrava quello più consono per affrontare un nodo così serio. Due notazioni: i veri mussulmani con noi pregavano veramente, e questo per un non credente come me era sepre oggetto di ammirazione.

Una mattina, aspettando di entrare in scena, con il mio abito tradizionale, lo zucchetto, sgranando il rosario, mi sono sentito salutare ossequiosamente in arabo da due giovanotti, cui ho risposto con la corrispondente cortesia. Dove finisce, quindi la finzione? Qual’è il confine della realtà? Io ero in quel caso un musulmano finto, ma la loro cortesia e la loro deferenza per l’uomo anziano, che forse avevano scambiato per un Imam, era vera, come era vera la mia nei loro confronti.

Tornando nel Campo dell’Abbazia, dov’è ubicata la chiesa in questione: dove finisce la finzione, se finzione è? Dove comincia la realtà cultuale che tutto permea in quel luogo…? E non mi si dica che non si può entrare senza scarpe per non rovinare dei brutti tappeti sintetici del tipo di quelli che ricoprono i pavimenti della Basilica di S. Marco.

Se posso fare un appunto dirò che un luogo così bello, così accuratamente allestito avrebbe meritato tappeti veri e belli!

A coloro che protestano suggerirò di ripassarsi un po’ di storia e di pensare a quante Chiese cristiane sono diventate Moschee per tornare chiese, talvolta…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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