Ci alziamo con un’unica consapevolezza in più: l’origine del termine beccamorto, che francamente ignoravamo. Nel medioevo quando un uomo moriva, per certificarne la morte veniva chiamato il medico condotto, il quale afferrava il piede del morto e dava un bel morso all’alluce: se gridava era vivo, altrimenti morto. Arricchiti da questa nuova consapevolezza – pur sempre cultura storica – ce ne andiamo con qualcosa in tasca, all’interno delle quali avremmo portato via una manciata di risolini simpatici e una pietra per rimarcare il peso di un’occasione persa.
“Nessuna pietà per i vecchi”, il nuovo noir di Flaminia Mancinelli
La terza indagine di Giulia Magnani si svolge tra le nebbie della Lomellina. Il commissario della Polizia di... →
Senza incrociazione vede protagonisti Daniele e Nicola, due amici trent’enni che di lavoro fanno un mestiere comunissimo, ma odiato: i becchini. Loro è il compito di accompagnare il morto fuori dalla chiesa e tumularlo, loro la responsabilità di strappare agli occhi addolorati l’ultima immagine del caro estinto. Daniele è un figlio d’arte, “becchino” da generazioni, cresciuto con la morte in casa; Nicola invece è affaticato, svogliato e sente in qualche modo il peso del ruolo che occupa, si sente a disagio oltre che odiato dalla gente – la quale non può fare a meno di grattarsi quando passa con carro vuoto.
Lo spettacolo vorrebbe essere un’occasione di approfondimento e indagine sul binomio vita-morte, dilemma “immortale” che da sempre accompagna l’esistenza umana. Alternando momenti di ironia a momenti di riflessione, si è tentato di costruire uno spettacolo che coinvolgesse lo spettatore con una risata, per poi condurlo all’interno di riflessioni più profonde su quell’ultimo viaggio che tanto ci spaventa. Purtroppo tutto sembra affrontato molto superficialmente, la rappresentazione è molto godibile dal punto di vista del ritmo ed anche gli elementi scenici che richiamano l’immagine delle bare sono apprezzabili, ma il testo sembra incapace di scavare e raggiungere gli obiettivi che si era prefisso.
La parte comica risulta persino un po’ banale, effimera, non pungente, restituendoci un’immagine chiara di come la comicità televisiva abbia macchiato le capacità di creare una comicità profonda e intelligente. La parte drammatica e contenutistica arranca non riuscendo a raggiungere quella densità che avrebbe potuto arricchirci. Ci alziamo che già tutto è scivolato via, con la risata iniziale che s’è tramutata in un ghigno. Non ci resta che il significato di “beccamorto”.
“La città invisibile” di Guglielmo Peralta: abitare il linguaggio
di Fabio Galli Entrando nelle pagine di “La città invisibile” di Guglielmo Peralta, in cui il lettore comprende... →
(3 giugno 2015)
©gaiaitalia.com 2015 – diritti riservati, riproduzione vietata

