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David di Donatello: i lustrini (pochi) e il lustro (o lo spolvero)

David di Donatello 2016-00di Silvana Lagrotta  twitter@silvanalagrotta

 

 

 

 

 

 

Il cinema è spettacolo anche prima e dopo il ciak. E una premiazione non deve solo esibire lustro e lustrini. Qualcuno lo ha capito e ha creato uno spettacolo per alimentare l’immaginario del cinema come valigia tracimante di sogni.

E’ accaduto con la 60esima edizione dei David di Donatello affidata per la prima volta alla regia di Sky, dopo anni di soporifero cerimoniale “mamma Rai” con i suoi dirigenti in naftalina liberati dagli archivi per l’occasione.

Spodestato il pomposo rituale, lo show è stato riaffidato alla conduzione del giovane Alessandro Cattelan (giovane per dire, ma a 36 anni in Italia puoi considerarti tale). L’antepirma sul red carpet in pieno stile Academy ha raccolto il pubblico davanti alla TV per l’apertura ufficiale: un video di The Jackal, fenomeno indiscusso della rete e non solo, con il “Maestro” Paolo Sorrentino che si è prestato al gioco con una gag che ha raggiunto il picco di click e visualizzazioni in pochissime ore. Ed ecco, lo show è servito.

David 2016 è stato lo spettacolo dello spettacolo. Un’edizione che non si è presa troppo sul serio e che proprio nella freschezza ha trovato una nota vincente. La stessa nota che ha suonato per i film in concorso. Perché il 2015 per il nostro cinema è stato un anno di novità. Di aspettative. Di una nuova generazione di registi e di attori italiani che si sono distinti in mezzo a una platea di nomi blasonati e più che noti.

A battere tutti, la crew di Lo Chiamavano Jeeg Robot che ha portato a casa ben 7 statuette tra 16 nomination. Miglior Attore è Claudio Santamaria “Shiba”, il supereroe di borgata insieme alla Migliore Attrice, colei che trasforma l’eroe in buono, l’esordiente Ilenia Pastorelli. Il Miglior Attore Non Protagonista, vera rivelazione dell’anno, è Luca Marinelli, l’androgino antieroe del film, in nomination anche come Miglior Attore per Non Essere Cattivo. E poi la doppietta, come Miglior Produttore e Miglior Regista Esordiente, conquistata da Gabriele Mainetti con la sua Goon Films, la casa di produzione che ha reso possibile la magia.

Non sono mancati i riconoscimenti ai noti, grazie ad un’opera bella per il fatto puro e semplice, ma quasi dimenticato, di raccontare e basta: Tale of Tales – Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, autore indiscusso che proviene dalla pittura, e si vede. La perfezionale formale del film si aggiudica 6 meritati premi: Regia, Scenografia, Fotografia, Costumi, Trucco e Acconciature.

Colpo di scena, il David per il Miglior Film a Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese che, dopo la statuetta per la Migliore Sceneggiatura, si aggiudica anche il premio più ambito della serata suscitando, e giustamente, non poche polemiche. In gara c’erano almeno due capolavori del tutto ignorati: l’opera postuma di Claudio Caligari, Non Essere Cattivo, e l’Orso d’Oro 2016, Fuocammare di Gianfranco Rosi.

Lo stesso immeritato oblio ha avvolto le opere prime che si sono distinte nel panorama cinematografico nostrano e agli autori che meriteranno più attenzione nelle stagioni cinematografiche che verranno. Come Alberto Caviglia e il suo geniale Pecore in erba.

La traccia del mercato emerge con le sue logiche interne e la fabbrica, seppur “dei sogni”, ha ben poco di onirico. Eppure affiora anche l’idea del cinema come spettacolo ma “con le parti noiose tagliate”, come diceva Hitchcock. E con i David 2016 lo spettacolo dello spettacolo è diventato così poco lagnoso che oggi ne parlano tutti, non solo gli addetti del settore. Un po’ ciò che accade quando in sala si vede un bel film.

 

 

 

 

 

 

 

 

(20 aprile 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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